Banche, il mercato ha un messaggio per Atlante: i salvataggi sono affari vostri

Il fondo Atlante incassa la prima dura sconfitta sul mercato a pochi giorni dalla nascita. Fallisce la ricapitalizzazione della Popolare di Vicenza, niente IPO a Piazza Affari. Gli investitori non si fidano dei salvataggi "di sistema".

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il fondo Atlante incassa la prima dura sconfitta sul mercato a pochi giorni dalla nascita. Fallisce la ricapitalizzazione della Popolare di Vicenza, niente IPO a Piazza Affari. Gli investitori non si fidano dei salvataggi

I titoli delle banche italiane quotate in borsa perdono nel pomeriggio mediamente il 2%, portando a -30% il bilancio da inizio anno. Ed è andata persino bene, considerato l’estremo insuccesso dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza, che sugli 1,5 miliardi di valore offerto sul mercato con l’emissione di nuove azioni, ha concluso l’operazione con una raccolta di appena 115 milioni, pari al 7,67% del totale. Forse, nessuno avrebbe immaginato un esito così nefasto, non dopo la nascita del fondo Atlante, che un paio di settimane fa è avvenuta con la benedizione del governo italiano e grazie alla discesa in campo del gotha finanziario del nostro paese, mirando a sostenere le ricapitalizzazioni degli istituti più deboli e l’acquisizione delle sofferenze. A conti fatti, il fondo dovrà mettere sul piatto 1,5 miliardi, a copertura integrale dell’aumento, come aveva assicurato alla vigilia dell’operazione, perché a Piazza Affari la quotazione per la Popolare di Vicenza non è possibile, dato che è richiesto un flottante minimo del 25% contro meno dell’8% di fatto. A questo punto, gli ordini dei titoli effettuati in sede di aumento non possono essere eseguiti e tutti gli 1,5 miliardi saranno a carico di Atlante.

Per Atlante è una grave sconfitta

1,385 o 1,5 miliardi, poco importa. Il primo test sui mercati è stato un flop pauroso e il segnale per i soci del fondo è chiarissimo: gli investitori privati non si fidano di un’operazione di sistema, che salva le banche più deboli, trasferendone i rischi nei bilanci degli istituti più forti: Nessuna fiducia è stata generata dalla nascita del fondo, che in teoria avrebbe dovuto minimizzare proprio l’inoptato per via del sostegno garantito all’aumento. Evidentemente, che azioni del valore di 40 euro siano state svendute ad appena 10 centesimi l’una ha fatto impressione. E si tratta del secondo segnale negativo in pochissimi giorni, dopo che la settimana scorsa non sono stati centrati i 6 miliardi di capitali, che era l’obiettivo della raccolta di Atlante, fermatasi a quota 4,25 miliardi. La raccolta potrebbe essere riaperta con il consenso di almeno i due terzi dei soci, ma non sembra che vi sia la fila per portare i capitali nel fondo. Attualmente, le banche sono i primi azionisti con 3 miliardi, le Fondazioni bancarie e la Cdp seguono con mezzo miliardo a testa e i restanti 250 milioni sono detenuti dalle assicurazioni, enti previdenziali e altri. Il 70% delle risorse sarà impiegato per le ricapitalizzazioni, il 30% per acquistare le sofferenze bancarie sul mercato. Ne consegue che 3 miliardi serviranno per il primo scopo, 1,25 miliardi per il secondo. Considerando che 1,5 miliardi sono stati già assorbiti di fatto dalla Popolare di Vicenza, che verosimilmente altri 900 milioni saranno impiegati per Veneto Banca, restano a disposizione per ricapitalizzare gli altri istituti a rischio appena 600 milioni.    

Salvataggi bancari impropri per il mercato, segnale chiaro ad Atlante

Le minori risorse raccolte da Atlante avrebbero un impatto consistente anche sulle sofferenze massime acquistabili, che Equita stima in non più di 33 miliardi, contro i 54 miliardi inizialmente previsti. In realtà, la cifra effettiva sarebbe di 17 miliardi al massimo, ma raddoppierebbe per i casi di compartecipazione da parte di uno o più partner privati. Se il buongiorno si vede dal mattino, però, non pare proprio che il mercato sia disposto ad accollarsi rischi impropri, anche perché se le ricapitalizzazioni della BPVi e di Veneto Banca si configurano quali veri e propri salvataggi alternativi al “bail-in” per i due istituti, simile è lo scenario per l’acquisto di crediti sofferenti, valutati mediamente dal mercato nell’ordine del 14-20% del loro valore nominale, che Atlante rileverebbe a prezzi più simili a quelli iscritti nei bilanci bancari (40%), quindi, verosimilmente intorno al 30%. Ma più elevato è il prezzo di acquisto delle sofferenze, minori sono le risorse impiegabili allo scopo e più alto diventa il rischio a carico dei soci-azionisti del fondo, i cui titoli non a caso stanno risentendo in borsa in questi giorni proprio di tali timori. Dal lancio di Atlante, Unicredit ha perso in borsa intorno al punto e mezzo percentuale, Intesa-Sanpaolo il 2,4%. Sono i due soci principali con una quota di un miliardo a testa, le cui perdite sono state, però, inferiori alla media del 2,7% subita dalle banche italiane nello stesso periodo, a dimostrazione di un fatto: il mercato non ha fiducia in operazioni di sistema, i titoli in borsa restano deboli e semmai i warning di alcune delle principali agenzie di rating, come Moody’s e Fitch, sulla sostenibilità di questi salvataggi a carico degli istituti più solidi starebbero facendo breccia tra gli investitori.  

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia