Banche, ecco l’accordo tra Italia e Bruxelles e perché non cambia nulla

Analizziamo l'accordo sulle banche tra Italia e Commissione europea, verificando come emergerebbe un nulla di fatto, rispetto all'obiettivo di fare ripartire il credito all'economia reale.

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Analizziamo l'accordo sulle banche tra Italia e Commissione europea, verificando come emergerebbe un nulla di fatto, rispetto all'obiettivo di fare ripartire il credito all'economia reale.

L’accordo tra Italia e Commissione europea sul modo di smaltire parte delle sofferenze bancarie del nostro paese è stato trovato ieri sera, al termine di un incontro di 5 ore tra il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e il commissario alla Concorrenza, la danese Margrethe Vestager. Si tratta di “uno strumento, che si aggiunge alla scatola degli attrezzi per gestire i crediti in sofferenza”, ha dichiarato il primo, che spiega come l’intesa sia più di una semplice garanzia sui prestiti a rischio. I dettagli dell’accordo saranno resi noti nelle prossime ore, ma alcuni punti iniziano ad emergere dallo stesso Tesoro italiano. Si apprende che la garanzia pubblica riguarderà i titoli, che cartolarizzeranno i crediti sofferenti, ma non tutti, solo quelli delle tranches “senior”, ovvero che sopportano per ultime il peso delle perdite eventualmente subite dalla riscossione inferiore al prezzo pagato dei crediti acquisiti. Inoltre, il Tesoro garantirà solo quei titoli con rating almeno pari al livello “investment grade”, secondo la valutazione di almeno una delle agenzie di valutazione indipendenti, inserite nella lista di accettazione della BCE. E in una nota, Via XX Settembre spiega che l’operazione non dovrebbe comportare alcun onere a carico dello stato, ma al contrario si prevede “un’entrata netta positiva”, perché si stima che il valore delle commissioni incassate risulterà superiore ai costi sostenuti.        

Lo stato delle sofferenze in Italia

Apparentemente, quindi, saremmo di fronte a una situazione “win-win”, di quelle in cui tutti sembrano poterci guadagnare qualcosa. Per quanto non abbiamo tutti gli elementi per esprimere un giudizio definitivo sull’accordo appena siglato, dai primi dettagli emersi sembra che il governo italiano abbia incassato una sonora sconfitta, ottenendo soltanto un contentino, utile ad esibire formalmente un risultato, ma che nella pratica avrà uno scarso impatto sul sistema bancario nazionale e sull’economia reale.

Vediamo perché. Il problema delle banche italiane è il loro elevato livello di crediti deteriorati, che ammonterebbero tra i 350 e i 360 miliardi di euro, quasi un quinto degli impieghi complessivi. Di questi, 201 miliardi sono sofferenze, ovvero la parte dei prestiti più a rischio, quelli su cui si teme che non vi sarà un rimborso integrale e in tempi celeri. In teoria, già oggi le banche potrebbe smaltire questi crediti sofferenti, vendendoli sul mercato a veicoli privati. Tali operazioni sono note anche come “factoring” ed esistono certamente non da oggi. Se non lo hanno fatto, se non in misura molto parziale, è per via della distanza abissale tra il prezzo che il mercato pagherebbe loro per accollarsi i crediti e quello che gli istituti chiedono per cederli. Attualmente, le sofferenze sono iscritte mediamente a bilancio al 43% del loro valore nominale, qualcosa come 88 miliardi in tutto. Si ipotizza che il mercato le valuterebbe intorno al 25% o forse meno. Se tali crediti, quindi, fossero tutti ceduti ai prezzi di mercato, le banche dovrebbero iscrivere a bilancio nuove perdite per complessivi 35-40 miliardi, qualcuno azzarda persino 50.        

I rischi per il contribuente

La garanzia pubblica invocata da Roma servirebbe per sostenere i prezzi di cessione di tali sofferenze, in modo che le banche possano limitare le ulteriori perdite. Tuttavia, qui si ha un “trade-off” tra opposte esigenze: quanto più alti saranno i prezzi dei crediti garantiti dalla mano pubblica, tanto più alto il rischio a carico dello stato, ovvero del contribuente, di doversi accollare perdite al posto degli istituti. La UE ha chiesto e ottenuto, appunto, che la garanzia pubblica non si trasformasse in un aiuto di stato. Come? In sostanza, per quanto riportato sopra, saranno garantiti solo le emissioni che “impacchettano” i crediti sofferenti, a patto che abbiano un rating minimo “investment grade” e che limitatamente alle tranches “senior” di tali titoli.

Che cosa significa e quali saranno le implicazioni di tali previsioni? Che alla fine, lo stato garantirà solo quelle cartolarizzazioni pressappoco sicure, ovvero con sottostanti crediti di elevata qualità e sempre che le prime perdite derivanti da una riscossione inferiore alle attese non ricadano sul Tesoro, ma sui privato stesso.        

Quale prezzo per la garanzia?

Altro aspetto di estrema importanza è il tasso da corrispondere allo stato per la garanzia ottenuta. Il Tesoro spiega che esso sarà applicato sul valore garantito e si baserà su una valutazione di mercato, ovvero corrisponderà per i primi 3 anni al tasso medio registrato sul mercato per i CDS (“credit default swaps”) triennali sui titoli di rating uguale a quello delle emissioni garantite. Successivamente al terzo anno, al fine di incentivare una riscossione quanto più veloce possibile, il tasso applicato crescerà, legato ai CDS quinquennali, nonché per effetto di una maggiorazione incentivante. Dopo il quinto anno, il prezzo della garanzia sarà pieno e legato ai tassi dei CDS a 7 anni, anche in questo caso per effetto di una maggiorazione incentivante e per tenere conto della compensazione necessaria del minore tasso applicato nei primi 5 anni. Il contribuente dovrebbe essere grosso modo salvaguardato dalle eventuali perdite, perché questi meccanismi sostanzialmente di mercato rendono poco probabili gli oneri a carico dello stato. Da questo punto di vista, l’accordo appare molto positivo; ci sarebbe mancato che noi italiani ci fossimo accollati le perdite delle banche! Tuttavia, il ragionamento qui è un altro: se l’obiettivo della coppia Renzi-Padoan era di incentivare un ricorso alla cessione massiccia di crediti sofferenti, non pare che sarà raggiunto. Già oggi, infatti, il problema delle sofferenze riguarda proprio i prestiti più rischiosi, che il mercato acquisterebbe a prezzi molto minori di quelli pretesi dalle banche, mentre i crediti di più elevata qualità potrebbero far prezzo ed essere oggetto di transazione.

     

Cambierà qualcosa?

Se lo stato garantisce solo questi ultimi, solo subordinatamente alle prime perdite subite dai privati e facendo pagare la garanzia ai prezzi di mercato, che necessità c’era di intervenire? Quale sarebbe il beneficio reale di un meccanismo, che riproduce in tutto e per tutto il funzionamento del mercato? O sull’accordo c’è qualcosa di ancora non detto (e che scopriremmo prestissimo), oppure dovremmo prendere atto che si tratta di un’intesa senza alcun impatto sostanziale sulle banche e sull’economia reale. Non aspettiamoci una ripresa del credito a famiglie e imprese, perché rispetto a ieri sarà cambiato pochissimo.

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