Banche cooperative, 50 a rischio con la prospettiva di una fusione con l’estero

Riforma delle banche di credito cooperativo: giudizio positivo di Bankitalia sugli emendamenti. La fusione con le banche europee sembra quasi caldeggiata da Via Nazionale per rafforzare il patrimonio dei nostri istituti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Riforma delle banche di credito cooperativo: giudizio positivo di Bankitalia sugli emendamenti. La fusione con le banche europee sembra quasi caldeggiata da Via Nazionale per rafforzare il patrimonio dei nostri istituti.

Il capo della Vigilanza della Banca d’Italia, Carmelo Barbagallo, intervenendo a un convegno della Fondazione ItalianiEuropei, che fa riferimento all’ex premier Massimo D’Alema, ha espresso le sue valutazioni sulla riforma delle circa 360 banche di credito cooperativo (Bcc), delle quali, spiega, 50 sono “fragili”, mostrando una copertura delle sofferenze inferiore alla media e ratio patrimoniali deboli. Si tratta di una realtà, che vale il 16% degli attivi totali del sistema bancario cooperativo. C’è il rischio, continua Barbagallo, che si registrino tensioni patrimoniali, a causa della rapidità degli interventi imposti dal mutato sistema regolamentare, istituzionale e di mercato. Lo stesso ha evidenziato come negli ultimi 4 anni, le rettifiche sui crediti deteriorati abbiano assorbito l’80% del risultato di gestione delle Bcc.

Giudizio positivo sugli emendamenti del Parlamento

Il capo della Vigilanza di Via Nazionale ha parole positive, però, per gli emendamenti apportati dal Parlamento al Dl banche, che avrebbero il merito, chiarisce, di rendere più efficace la riforma. In tal senso, plaude alla maggiore rigidità fissata per la cosiddetta “way-out”, la possibilità concessa alle banche di non aderire alla holding di controllo delle Bcc e al contempo giudica positiva anche la rimozione della regola originariamente prevista, secondo la quale le banche cooperative aderenti avrebbero mantenuto sempre la maggioranza del capitale della holding. Questo, spiega, perché avrebbe limitato le opportunità di apporto di capitali esterni, mentre sarebbe opportuno, continua, che la holding, una volta istituita, si apra anche ai capitali esteri, specie quelli derivanti dalle grandi banche del sistema cooperativo europeo, con le quali potrebbe essere stretta una partnership, al fine di legare la vocazione localistica dei suddetti istituti con la necessità di porsi obiettivi di medio-lungo termine. Infine, sempre Barbagallo guarda con favore ai maggiori poteri di revoca, nomina e sostituzione dei vertici delle Bcc da parte della hoding.      

Verso una internazionalizzazione delle Bcc

Il discorso del rappresentante di Bankitalia è di estremo interesse, perché suggerisce chiaramente che la prospettiva a cui la holding sarebbe destinata potrebbe consistere in un’integrazione con i sistemi di credito cooperativo di altri paesi europei, al fine di rafforzarne il capitale, una misura che si renderebbe quasi obbligata, data la fragilità di parte consistente delle Bcc italiane. Ad oggi, il Dl banche è al vaglio del Parlamento, che ha apportato alcune modifiche sostanziali alle previsioni iniziali del governo Renzi, frutto di un vertice di maggioranza, tenutosi la scorsa settimana per superare i contrasti tra l’esecutivo e la minoranza del PD. Stando agli ultimi emendamenti, le Bcc con almeno 200 milioni di euro di patrimonio potrebbero decidere entro 60 giorni di non aderire alla holding, ma in tal caso dovrebbero conferire a quest’ultima la sua attività bancaria, mantenendo le riserve accumulate e pagando su di esse un’imposta straordinaria del 20%. Ciò che rimarrebbe delle Bcc prive dell’attività bancaria manterrebbe la propria natura mutualistica. Il limite dei 60 giorni entro cui decidere se optare per la via autonoma o meno riguarderebbe 14 banche cooperative, di cui oltre la metà ha già annunciato di non essere interessata alla “way-out”. Tale termine stringente è dovuto essenzialmente a 2 ragioni, ovvero alla necessità di rendere la riforma operativa il prima possibile e a quella di impedire che vi sia il tempo per fusioni tra vari istituti, tali che il loro patrimonio complessivo superi la soglia minima di 200 milioni, oltre la quale potrebbero avvalersi del diritto di non aderire alla holding, ma sostanzialmente riducendo l’efficacia della riforma stessa.  

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia