Banche centrali: la tre giorni su tassi e stimoli di Fed, BCE e BoJ

Banche centrali alle prese con tassi e stimoli monetari. Stasera è la volta della Federal Reserve, seguita domani dalla BCE e dopodomani dalla Bank of Japan. Ecco le previsioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Banche centrali alle prese con tassi e stimoli monetari. Stasera è la volta della Federal Reserve, seguita domani dalla BCE e dopodomani dalla Bank of Japan. Ecco le previsioni.

Inizia oggi la tre giorni delle principali banche centrali, chiamate a decidere le prossime mosse di politica monetaria. Stasera, la Federal Reserve dovrebbe quasi certamente comunicare il secondo rialzo dei tassi negli USA per quest’anno al range 1,75-2%. L’esito appare scontato, tenendo presente che l’inflazione americana abbia ormai centrato stabilmente e di poco superato il target del 2% e che il mercato del lavoro si trovi in piena occupazione, con il tasso di disoccupazione sceso al 3,8% a maggio, praticamente ai minimi dal 2000. Nonostante non vi siano ancora evidenti pressioni salariali, le condizioni monetarie dovranno farsi più restrittive, altrimenti l’istituto guidato dal governatore Jerome Powell rischia di restare indietro e di ritrovarsi costretto ad accelerare il passo nei mesi prossimi, minacciando l’economia americana.

Politica fuori dalle banche centrali e i governatori scendano dal piedistallo

Tuttavia, ad analisti e mercati oggi interesserà più che altro verificare i “dots”, le previsioni dei funzionari della Fed sui livelli dei tassi per la fine dell’anno. Ormai, il dibattito ruota tutto attorno al quarto rialzo dei tassi entro dicembre. Il mercato sta iniziando a scontarlo da settimane, prevedendo così una politica monetaria più restrittiva presso la prima economia mondiale. Se avesse ragione, da qui a 6 mesi i tassi americani salirebbero al 2,25-2,50%, un livello ancora basso sotto il profilo storico, ma che si mostra ben più elevato di quello vigente presso le altre economie avanzate, Europa e Giappone in testa. E su tutto aleggia lo spettro di un contraccolpo per il commercio mondiale, ovvero per la crescita di tutte le economie, come conseguenza dell’innalzamento delle barriere tariffarie scatenato dai dazi dell’amministrazione Trump e dai disguidi esplosi anche con partner storici dell’America, come Canada, Messico ed Europa.

E la BCE è chiamata domani ad esprimersi sulle sue azioni. Lo farà da Riga, Lettonia, dove si riunisce il board per la quarta volta quest’anno. E’ molto probabile, seppure non scontato, che il governatore Mario Draghi annunci la fine degli stimoli monetari, noti anche come “quantitative easing”. Essi consistono in acquisti di titoli di stato dell’Eurozona, Abs, covered e corporate bond per un controvalore mensile (da gennaio) di 30 miliardi di euro. Il programma è stato prorogato a fine 2017 fino al settembre prossimo e gli analisti ritengono che verrà del tutto azzerato entro dicembre con una riduzione graduale e costante degli acquisti da ottobre in poi.

La posizione difficile di Draghi

Una posizione sul QE non sembra facile, in questa fase. Da un lato, l’economia nell’Eurozona continua a crescere e il tasso di disoccupazione a scendere, così come l’inflazione a maggio ha centrato il target, attestandosi all’1,9% su base annua. Al netto della componente energetica e degli alimentari freschi, però, la crescita tendenziale dei prezzi nell’area resta debole, di poco superiore all’1% e lontana dall’obiettivo, che è di poco inferiore al 2%. Inoltre, i segnali in arrivo dai dati macroeconomici indicano un rallentamento dell’attività economica sin dai primi mesi dell’anno e che starebbe continuando anche nel secondo trimestre. Per non parlare delle tensioni finanziarie esplose in Italia con la nascita del governo euro-scettico di Giuseppe Conte, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega.

Se da un lato, Draghi e altri membri del board vorrebbero utilizzare proprio l’annuncio della fine del QE per mettere pressione a Roma, dall’altro rischiano un effetto boomerang sul piano politico e di compromettere la crescita e l’euro stesso, nel caso in cui eventuali ulteriori tensioni finanziarie prendessero il sopravvento. Ad ogni modo, il solo fatto che la Fed diventi ancora più restrittiva rende la BCE relativamente più accomodante e ciò giustificherebbe, almeno in apparenza, la mossa di preparare i mercati alla cessazione degli stimoli e al rialzo dei tassi verosimilmente tra un anno.

E l’Europa tifa per un segnale minaccioso di Draghi verso l’Italia

Infine, la Bank of Japan. E’ l’ultima, in ordine di tempo, tra le grandi banche centrali del pianeta a dire la sua. Non sono attesi cambi di impostazione, non fosse altro per il fatto che l’economia giapponese non sembra andare nella direzione auspicata dal governatore Haruhiko Kuroda. L’inflazione in aprile si è quasi dimezzata su base annua allo 0,6% e il pil nel primo trimestre si è contratto dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, interrompendo una serie positiva durata per 2 anni. In queste condizioni, non si capisce come la BoJ potrebbe mai allentare gli stimoli o alzare i tassi, specie considerando che il Giappone versa in deflazione da un ventennio e che la sua economia ristagna da un quarto di secolo. Per quanto Fed e BCE si mostreranno più restrittive, non pare che Tokyo sia ancora pronta a seguirle. L’Abenomics non è prossima alla fine.

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Argomenti: Abenomics, Bce, Fed, quantitative easing, stimoli monetari

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