Banche centrali destabilizzeranno l’economia mondiale

Le banche centrali stanno destabilizzando l'economia mondiale con una politica dei tassi zero, che si sta rivelando inefficace e pericolosa per il futuro. E lo scontro con la politica inizia a montare.

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Le banche centrali stanno destabilizzando l'economia mondiale con una politica dei tassi zero, che si sta rivelando inefficace e pericolosa per il futuro. E lo scontro con la politica inizia a montare.

E se il rischio deflazione fosse già stato superato da quello di un ritorno improvviso e a ritmi più sostenuti delle attese dell’inflazione? La cosiddetta “reflation” era stata paventata da tempo, ma nelle ultime settimane ha iniziato a prendere piede, dopo la pubblicazione degli ultimi dati sulla crescita dei prezzi nelle principali economie del pianeta, scatenando polemiche sulla correttezza dell’operato delle banche centrali.

Negli USA, l’inflazione è salita a settembre dall’1,1% del mese precedente all’1,5%. Considerando che il target è del 2% e che il mercato del lavoro si trova in uno stato di sostanziale piena occupazione, la Federal Reserve avrebbe poco tempo, prima di essere costretta ad agire. (Leggi anche: Banche centrali alzeranno target d’inflazione)

L’inflazione accelera ovunque

Nel frattempo, l’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona si è anch’esso surriscaldato, salendo su base annua dello 0,4%, ancora una frazione del target della BCE (“vicino, ma inferiore al 2%”), ma stupisce come in un paio di mesi, nonostante le basse quotazioni del petrolio e un cambio dell’euro piuttosto stabile, l’inflazione nell’unione monetaria abbia ripreso ad accelerare; quella “core” è salita allo 0,8%.

E anche nel Regno Unito si registra un trend simile. Ieri, l’Ufficio Statistico Nazionale ha reso noto il dato di settembre, quando l’inflazione è salita all’1% su base annua, dallo 0,6% di agosto, ai massimi dal novembre del 2014. Tra il governo di Theresa May e il governatore della Bank of England, Marc Carney, è già scontro, dopo che un influente esponente conservatore, il barone di Richmond, William Hague, ha attaccato l’istituto, sostenendo che il protrarsi dei bassi tassi minaccerebbe l’indipendenza della banca centrale e lamentando contraccolpi negativi sui risparmiatori. (Leggi anche: Brexit, rischio vero è taglio tassi UK)

 

 

 

Lo scontro tra politica e banche centrali

L’analisi di Hague, per quanto condivisa dalla maggioranza al Parlamento di Westminster, non è stata gradita da altri esponenti del Partito Conservatore, che gli hanno rimproverato come provochi più problemi che altro esternare contro il governatore. Quest’ultimo stesso ha avvertito che attaccare la banca centrale mette in difficoltà il suo operato.

Scontri politici simili li abbiamo notati negli USA tra il candidato repubblicano Donald Trump e la Fed, nonché nell’Eurozona, tra pezzi dell’opinione pubblica tedesca e la Bundesbank da un lato e Mario Draghi dall’altro. Molto più quieta appare ancora la situazione in Giappone, che pure è il più spregiudicato nell’uso degli stimoli monetari. (Leggi anche: Trump accusa Yellen sui tassi Fed)

Può apparire un paradosso, che a rivoltarsi contro l’eccessivo accomodamento monetario sia parte della politica, dopo che i governi hanno beneficiato per anni dei bassi costi di rifinanziamento dei rispettivi debiti, ma ci sono diverse ragioni alla base di questo cambiamento di clima nei rapporti con i governatori centrali. Vediamole.

  1. Bassi tassi a lungo colpiscono i risparmiatori, disincentivandoli a risparmiare, traducendosi in un beneficio per i debitori (famiglie, imprese e stato). Questo meccanismo costituisce una forma occulta di redistribuzione della ricchezza a discapito di quei soggetti economici con reddito in eccesso. Parte del malcontento degli elettori negli ultimi tempi sarebbe legato proprio ai danni subiti dalle famiglie dalle politiche dei tassi zero;
  2. I margini delle banche vengono colpiti, perché esiste un limite inferiore agli interessi passivi in favore dei clienti, per cui gli istituti finiscono per ridurre il credito a imprese e famiglie;
  3. I fondi pensione, d’investimento e le compagnie di assicurazione trovano sempre più difficile garantire ai clienti un rendimento minimo accettabile, dovendo o assumere maggiori rischi o tagliare le aspettative reddituali dei futuri pensionati, assicurati, etc. In pratica, i bassi tassi di oggi provocano minori redditi futuri per le famiglie;
  4. Bassi tassi equivalgono ad alti prezzi degli assets finanziari. Azioni e obbligazioni, in particolare, sono sempre più sganciati dai rispettivi fondamentali, alimentando una bolla finanziaria dagli effetti potenzialmente destabilizzanti e traducendosi in un vantaggio per quel nucleo ristretto di investitori, che fanno affidamento sull’abbondante liquidità del mercato per maturare plusvalenze sempre più laute;
  5. Gli stimoli monetari eccessivamente perduranti potrebbero surriscaldare le economie di USA, Europa e Giappone oltre le previsioni.
    L’inflazione si sta riaffacciando e le banche centrali sono ancora ultra-espansive. Se avessero già perso tempo nel normalizzare il loro operato, potrebbero essere costrette a varare presto una stretta più veloce di quanto preventivato, oppure ad accettare che la crescita dei prezzi salga anche abbondantemente sopra i rispettivi target. In ogni caso, sarebbero a rischio sia l’economia, sia la credibilità degli istituti, che dopo non essere stati in grado per anni di centrare l’obiettivo sull’inflazione, in futuro potrebbero trovarsi in difetto per eccesso.

 

 

 

Adesso tocca ai governi riparare ai guasti delle banche centrali

L’onnipotenza dei banchieri centrali si sta sgonfiando negli ultimi mesi, vuoi perché i mercati hanno compreso che le munizioni dei primi sono pressoché esaurite, vuoi pure per la loro stessa ammissione della necessità che le politiche monetarie siano accompagnate da adeguate politiche fiscali. In sostanza, la palla della ripresa economica passa adesso ai governi, che a colpi di deficit spending dovrebbero sostenere il pil e l’inflazione. Non si vede come ciò possa avvenire nella gran parte dei paesi avanzati, già indebitati a livelli storicamente molto elevati. E così, le banche centrali, dopo avere posto le basi per la prossima crisi finanziaria ed economica globale, tolgono il disturbo e scaricano l’onere di togliere le castagne sul fuoco sulle spalle dei governi. (Leggi anche: Crescita economica: patata bollente passa ai governi)

 

 

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