Banche centrali coordinate sugli stimoli? La grande divergenza non c’è

Le banche centrali starebbero coordinando le loro politiche monetarie per evitare una guerra valutaria e tensioni finanziarie? Questo spiega la mancata divergenza di quest'anno.

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Le banche centrali starebbero coordinando le loro politiche monetarie per evitare una guerra valutaria e tensioni finanziarie? Questo spiega la mancata divergenza di quest'anno.

Il 2016 avrebbe dovuto essere l’anno della divergenza crescente tra la Federal Reserve e le altre principali banche centrali del pianeta, BCE e Bank of Japan in testa. Invece, quando mancano meno di 100 giorni alla fine dell’anno, possiamo dire che questo è avvenuto e che, anzi, tra i governatori si registra un certo coordinamento. Dopo l’avvio della stretta monetaria nel dicembre 2015, Janet Yellen non ha più alzato i tassi USA ad oggi, mentre Mario Draghi ha evitato al board di settembre di potenziare ulteriormente il “quantitative easing”, così come il collega giapponese Haruhiko Kuroda, che ora si affida a un mutamento “qualitativo” degli stimoli. (Leggi anche: Tassi USA, dentro la Fed cresce il dissenso)

Mancata divergenza stabilizza cambio euro-dollaro

La conseguenza di questa mancata divergenza, così tanto attesa tra la fine del 2015 e l’inizio di quest’anno, è che il cambio euro-dollaro è divenuto il meno volatile tra le coppie valutarie principali del pianeta, fluttuando nel ristretto range di 1,10-1,13 negli ultimi tre mesi.

Che dietro a questa scarsa divaricazione ci sia una sorta di coordinamento? Che i principali governatori centrali del pianeta si parlino non è un fatto misterioso, né che evitino azioni dall’impatto destabilizzante sui mercati finanziari e sulle economie reali.

Banche centrali, accordo per tenere a bada i mercati?

Ricordate cos’è successo dopo la prima stretta Fed di 9 mesi fa? Le borse mondiali sono crollate e il dollaro si è apprezzato eccessivamente, almeno stando agli obiettivi della Yellen. Da lì, la messa in soffitta dei piani per un secondo e prossimo rialzo dei tassi.

Agli USA serve una politica monetaria più restrittiva, ma che non rafforzi troppo il cambio, altrimenti l’economia americana potrebbe essere risucchiata da una spirale deflattiva e recessiva. Si consideri anche che presso le economie emergenti risultano contratti debiti in dollari per oltre 4.000 miliardi (leggi anche: Economie emergenti esposte a una bomba) e che un biglietto verde forte colpisce le quotazioni delle materie prime. BCE e BoJ hanno bisogno di un accomodamento monetario ancora a lungo, ma non possono permettersi di potenziare gli stimoli all’infinito, finendo per colpire i margini delle banche e per disallineare i prezzi degli assets rispetto ai loro fondamentali, alimentando una pericolosa bolla finanziaria, oltre che immobiliare.

 

 

Banche centrali si sono coordinate?

Da queste esigenze opposte, è probabile che Yellen, Draghi e Kuroda si siano parlati a più riprese, specie dopo il G-20 finanziario di fine febbraio scorso, e abbiano concordato di non divaricare eccessivamente le loro politiche: la Fed sarebbe rimasta relativamente accomodante per evitare di rafforzare troppo il dollaro, BCE e BoJ avrebbero desistito dal potenziare eccessivamente i loro stimoli, in modo da non destabilizzare i mercati e da ridurre la volatilità dei cambi.

La tregua, se mai fosse stata siglata più o meno informalmente, potrebbe durare ancora poco. La Fed sta imbattendosi nel rischio di perdita di credibilità e di sostegno anche da parte di quella grande stampa finanziaria fino a poche settimane fa molto compiacente con essa. E l’inflazione negli USA è attesa sopra il target alla fine dell’anno prossimo, per cui, al netto di eventuali shock elettorali a novembre, un rialzo dei tassi a dicembre sembra molto probabile.

Rischi per mercato obbligazionario

D’altra parte, Draghi è sotto pressione dei mercati, perché agisca per impedire che l’Eurozona scivoli verso la stagnazione e anche la deflazione. In teoria, alla BCE potrebbe bastare che sia la Fed a compiere un passo nella direzione più restrittiva per ottenere un indebolimento del cambio euro-dollaro, allontanando il rischio di un prosieguo della discesa dei prezzi, ma salvo che gli USA si avviino verso una stretta più radicale delle previsioni, gli effetti sarebbero contenuti. (Leggi anche: Tassi Fed, stretta a dicembre)

Ecco che dalla fine di quest’anno, dovremmo attenderci una Fed più “falco” e una BCE più “colomba”. Il timore è che il danno possa essere stato fatto, ovvero che la stretta americana arrivi troppo tardi, infliggendo perdite potenzialmente enormi al mercato obbligazionario globale da 100.000 miliardi di dollari.

 

 

 

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