Banche centrali contro la Fed, i segnali di irritazione da BCE e BoE

Reazione delle altre banche centrali al mancato aumento dei tassi USA da parte della Fed. BCE e BoE minacciano nuovi stimoli monetari.

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Reazione delle altre banche centrali al mancato aumento dei tassi USA da parte della Fed. BCE e BoE minacciano nuovi stimoli monetari.

Il mancato aumento dei tassi USA da parte della Federal Reserve non è stato accolto bene né dalle borse, né tanto meno dalle principali banche centrali, che vi leggerebbero dietro il rinvio della stretta monetaria americana l’intenzione del governatore Janet Yellen di non rafforzare ulteriormente il dollaro e di non allontanarsi, quindi, troppo nel tempo dalle politiche monetarie applicate dagli altri istituti più importanti. Sarà un caso, ma nel giro di pochi minuti sono uscite fuori 2 dichiarazioni dal tenore simile e da parte niente di meno che dalla BCE e della Bank of England. Il membro del consiglio direttivo della prima, Benoit Coeuré, ha da poco ribadito che Francoforte potrebbe prolungare la durata degli stimoli monetari, qualora occorresse, in seguito alle incertezze legate al contesto globale. La BCE ha rivisto al ribasso le stime sull’inflazione e sulla crescita nell’Eurozona per il triennio 2015-2017, per cui tali esternazioni, peraltro non nuove, non suonerebbero affatto strane, se non fosse che contemporaneamente, il capo-economista della Bank of England, Andrew Haldane, smentendo le dichiarazioni precedentemente rese dal governatore britannico Mark Carney, ha segnalato  la possibilità che l’istituto tagli presto i tassi, anziché alzarli. Per giustificare tale mossa, Haldane cita i rischi al ribasso sia della crescita economica, sia dell’inflazione nel Regno Unito, dove la crescita dei prezzi ad agosto si è azzerata.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/quantitative-easing-nuovi-stimoli-monetari-in-arrivo-dalla-bce/   Il senso di queste affermazioni potrebbe essere più profondo  di quanto non si penserebbe tramite una lettura superficiale. In sostanza, le principali altre 2 banche centrali del pianeta segnalerebbero alla Fed che non ci stanno a subire un’ondata di apprezzamento delle loro valute, in seguito al rinvio della stretta USA, che indebolirebbe il dollaro. Il governatore Mario Draghi difficilmente accetterà che il cambio euro-dollaro si attesti nel range 1,15-1,20, di fatto facendo diminuire il costo dei beni importati e allontanando l’Eurozona dal target di un’inflazione al 2%.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/cambio-euro-dollaro-verso-quota-115-giu-il-prezzo-del-petrolio/   La stessa BoE non giocherebbe il ruolo dell’agnello sacrificale. Anch’essa, insieme alla Fed, si avvia ad alzare i tassi, grazie  al buono stato di salute dell’economia britannica, dove la disoccupazione è scesa nei pressi del 5%, sebbene l’inflazione sia ancora bassissima. Tuttavia, se fosse la sola a praticare una politica monetaria restrittiva, il Regno Unito rischierebbe di importare deflazione e di affievolire la ripresa, a causa del contraccolpo subito dalle sue esportazioni. In un panorama ancora molto accomodante, infatti, i capitali si sposterebbero massicciamente verso l’unica economia avanzata ad alzare i tassi. Le affermazioni di questo pomeriggio, quindi, potrebbero essere intese come un segnale di avvertimento alla Yellen: o tu alzi i tassi o noi vareremo nuvi stimoli.   APPROFONDISCI – https://www.

investireoggi.it/economia/leconomia-britannica-risale-ai-livelli-pre-crisi-la-ripresa-ora-ce-tutta/      

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