Banche centrali chiamate ad evitare una crisi fiscale nel 2019

Le banche centrali saranno chiamate a "salvare" ancora una volta le principali economie, allentando la politica monetaria nel bel mezzo di un aumento delle emissioni di debito sovrano.

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Le banche centrali saranno chiamate a

I “gilet gialli” in Francia invocano una corsa agli sportelli, il temuto “run” bancario, al fine di punire il governo del presidente Emmanuel Macron con un ritiro di massa dei risparmi, mettendo in ginocchio gli istituti di credito nazionali. Nulla di tutto ciò accadrà, ma la protesta prosegue e già avrebbe inflitto perdite pesanti all’economia francese, stimate dallo stesso ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, in almeno lo 0,1% del pil nell’ultimo trimestre.

Non solo. Per rispondere alle istanze portate avanti dal movimento, l’Eliseo ha dovuto varare misure di spesa per circa 10 miliardi di euro, innalzando così il deficit per quest’anno a oltre il 3%, violando il limite massimo previsto dal Patto di stabilità. E in un clima di guerriglia continuo per le strade di Parigi e delle altre grandi realtà urbane di Francia, difficile portare avanti l’agenda presidenziale delle riforme, che ambisce a liberalizzare l’economia e a renderla più competitiva, smantellando parzialmente il sistema sociale e corporativo transalpino, partendo dalle pensioni.

L’onnipotenza delle banche centrali raggiungerà l’apice con la prossima crisi

Se la Francia rallenta, la Germania sarebbe a un passo dalla recessione. Diversi dati lo segnalano, come il crollo della produzione industriale, che a novembre ha accelerato all’1,9% su base mensile dallo 0,8% di ottobre e che su base annua si è tradotto in un pesante -4,6%, il dato peggiore dal 2009. La prima economia europea sarebbe almeno stagnante e ciò non costituisce una buona notizia per il resto dell’Eurozona, perché se i tedeschi entrano in crisi, consumeranno ancora di meno e acquisteranno minori prodotti e servizi dall’estero, colpendo economie come l’Italia e la stessa Francia, con la prima già ad essere verosimilmente entrata in recessione per conto proprio (vedasi il pessimo dato sulla produzione industriale a novembre) e la seconda che, a quel punto, seguirebbe a ruota.

I governi si stanno preparando con la previsione di una politica fiscale più espansiva. Insomma, stanno già fissando deficit più alti per sostenere la domanda interna.

Tuttavia, questo significa anche che le emissioni nette di debito saliranno nell’Eurozona, quando già sono attese in forte crescita anche negli USA, dove l’amministrazione Trump dovrebbe puntare a un deficit federale di 1.000 miliardi di dollari, in crescita di oltre 200 miliardi rispetto al 2018. Lo scorso anno, il Tesoro americano ha emesso Treasuries per un controvalore di 2.400 miliardi, registrando una domanda complessiva di 2,6 volte, il multiplo più basso da diversi anni, una spia non certo positiva per il costo del debito.

Banche centrali chiamate ad allentare di nuovo la politica monetaria

Al livello globale, il mercato mondiale registrerebbe emissioni complessive di bond solo leggermente in crescita a 6.090 miliardi di dollari dai 6.050 miliardi del 2018. Queste previsioni, però, non tengono conto della reazione dei governi all’eventuale scivolamento nella crisi dei rispettivi stati, con accelerazioni nelle emissioni, anche per effetto delle minori entrate, con tanto di allargamento del “buco” dei conti pubblici. In sostanza, se tutti corrono nell’unione monetaria a domandare capitali sul mercato, il costo salirà. L’ultima volta che le emissioni esplosero, triplicando tra il 2008 e il 2009, il risultato fu disastroso per gli emittenti percepiti più a rischio. Iniziarono da allora ad essere scrutati con maggiore attenzione i fondamentali di ciascuna economia e i paesi più indebitati arrivarono persino a perdere l’accesso al mercato, dovendo richiedere aiuto alla famosa Troika (UE, BCE e FMI).

Fine del quantitative easing e previsioni macro più deboli: l’incoerenza solo apparente della BCE di Draghi

Per fortuna, rispetto ad allora non ci sarebbero centinaia di miliardi da spendere per salvare le banche, che pure scricchiolano in Italia come in Germania. E, però, la congiuntura non pare essere delle migliori, perché la Federal Reserve ha iniziato a tagliare il proprio bilancio di 50 miliardi di dollari al mese, praticamente così drenando liquidità sul mercato per 600 miliardi all’anno. Al contempo, la BCE ha cessato gli acquisti netti di assets, dopo che li aveva dimezzati a 15 miliardi al mese da ottobre, paventando un rialzo dei tassi intorno alla prossima estate.

Tirando le somme, abbiamo che tra Eurozona e America, la liquidità sui mercati sta diminuendo, mentre la domanda di capitali da parte dei governi sta aumentando. Per la legge della domanda e dell’offerta, i rendimenti non potrebbero che salire, e potenzialmente anche tanto.

Eppure, negli ultimi mesi stiamo assistendo a un trend opposto, ossia a una contrazione dei rendimenti sovrani. Come mai? Le condizioni economiche globali si stanno deteriorando e ciò porta a due conseguenze: da un lato, gli investitori si rifugiano in assets a basso rischio come i bond, incrementandone gli acquisti, dall’altro scontano una politica monetaria prossima meno restrittiva di quanto fosse atteso fino a poco tempo fa. In tanti hanno eliminato dai radar il decimo rialzo dei tassi Fed per quest’anno e non sono pochi a credere che nemmeno la BCE alzerà i propri da qui al 2020. Dunque, a fronte di una politica fiscale più espansiva in entrambe le sponde dell’Atlantico, le rispettive banche centrali dovranno seguire con un accomodamento monetario. Specie nell’Eurozona, se così non fosse, i governi del sud rischierebbero una nuova crisi dello spread e anche quelli del nord vedrebbero svanire in buona parte gli effetti espansivi sull’economia per mezzo di un aumento del costo del denaro, che colpirebbe il credito privato, oltre che quello ai governi. E se in Italia a piangere sarebbero perlopiù i contribuenti, in Francia a saltare sarebbero i conti squilibrati di famiglie e imprese.

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