Banche centrali in cerca di via di fuga: ecco perché saranno meno accomodanti

Le banche centrali più importanti del pianeta iniziano a ritirare gli stimoli monetari, anche se le principali economie avanzate non sembrano versare nelle condizioni auspicate. Che significato ha una simile mossa?

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Le banche centrali più importanti del pianeta iniziano a ritirare gli stimoli monetari, anche se le principali economie avanzate non sembrano versare nelle condizioni auspicate. Che significato ha una simile mossa?

Le principali banche centrali del pianeta starebbero segnalando, ciascuna a modo proprio, di essere vicine a una svolta in politica monetaria, dopo anni di stimoli senza precedenti. La Federal Reserve ha già alzato i tassi USA di 25 punti base nel dicembre 2015, ma da allora non ha più proseguito la stretta, restando molto accomodante, troppo per tre dei suoi membri votanti del Fomc, tra cui uno considerato generalmente una “colomba”. L’economia americana cresce meno del suo potenziale, ma cresce; la disoccupazione USA è ben sotto il 5%, segnalando uno stato di piena occupazione sul mercato del lavoro. L’inflazione è poco sotto il target del 2%. Tutti ingredienti, che avrebbero dovuto spingere già l’istituto a tenere tassi certamente più elevati di quelli attuali.

Salvo sorprese (elettorali), la Fed alzerà i tassi nuovamente all’ultimo board dell’anno, ovvero a dicembre. In quel mese, la BCE potrebbe sì varare un ulteriore potenziamento del “quantitative easing”, ma il governatore Mario Draghi ha già fatto presente che dovranno essere in futuro i governi dell’Eurozona a sostenere la crescita e questa settimana ha fatto uscire volutamente un’indiscrezione, secondo la quale sarebbe pronto un piano per il ritiro graduali degli stimoli al ritmo di 10 miliardi al mese (“tapering”). (Leggi anche: Banche centrali coordinate sugli stimoli?)

Banche centrali in ritirata sugli stimoli

Al contempo, la Bank of Japan ha mantenuto inalterati gli acquisti di bond giapponesi, ma ha mutato gli obiettivi intermedi, perseguendo un azzeramento dei rendimenti decennali dei titoli di stato di Tokyo, spostando l’attenzione sulla parte a medio-lunga scadenza della curva. Per quanto il governatore Haruhiko Kuroda abbia smentito che si tratti di un avvio della ritirata dagli ingenti stimoli degli ultimi tre anni, il mercato la pensa parzialmente in maniera diversa.

Un rafforzamento degli stimoli non sarebbe in programma nemmeno presso le altre banche centrali delle economie avanzate di minori dimensioni, come Svizzera, Danimarca e Svezia. Ora, se per quanto scritto sopra, appare più che giustificato che la Fed proceda con la stretta, stando agli obiettivi sbandierati fino a qualche mese fa altrove, non si comprende benissimo perché Draghi e il suo collega giapponese non rafforzino i rispettivi stimoli o non segnalino di volerli mantenere inalterati ancora per un po’, considerando che l’inflazione nell’Eurozona e in Giappone viaggia poco sopra lo zero e che i rispettivi tassi di crescita del pil sono a dir poco deboli. La disoccupazione nell’Area Euro è ancora a due cifre, con punte del 23% in Grecia e di oltre il 20% in Spagna. (Leggi anche: Bassa inflazione? Ecco come la tecnologia ha battuto le banche centrali)

 

 

 

Non solo paura per bolla finanziaria

Abbiamo molto discusso delle ragioni, per le quali le banche centrali stanno iniziando una lenta ritirata dai loro piani di accomodamento monetario, senza annunciarlo esplicitamente. Una di queste consiste nel timore di avere alimentato una pericolosissima bolla finanziaria, che sganciando i prezzi degli assets dalla valutazione dei loro fondamentali, potrebbe innescare prossimamente un crollo drammatico dei primi.

C’è il dubbio, però, che la vera ragione del “tapering” in vista sia un altro, ovvero il timore che sia in arrivo una brusca frenata delle economie avanzate, se non una vera e propria recessione. Direte voi: sì, ma allora dovrebbero a maggior veduta potenziare gli stimoli. Vero, se non fosse che siamo arrivati già al limite delle possibilità; la cassetta degli attrezzi di Super Mario è quasi vuota, quella dei suoi colleghi pure. (Leggi anche: Rendimenti negativi, trappola fatale per banche centrali e investitori)

Trade-off tra benefici stimoli e necessità future

A questo punto, i banchieri centrali avranno fatto una considerazione: è più opportuno potenziare ancora gli stimoli attuali per cercare di sostenere la ripresa dell’economia, sapendo che un euro/dollaro/yen di liquidità in più immesso sul mercato ormai poco la beneficerebbe, oppure iniziare a dare una frenata alle stamperie, così da presentarsi alla prossima crisi con maggiori munizioni?

Per quanto stiamo vedendo in queste settimane, pare che la risposta che si sarebbero dati sia la seconda.

Indifferentemente dai dati macroeconomici, Janet Yellen, Mario Draghi e Haruhiko Kuroda, solo per citare i più importanti, dovranno lentamente diventare più restrittivi, non già perché siano nelle condizioni di permetterselo, ma perché se arrivasse nel frattempo una nuova crisi, dovrebbero alzare le mani in segno di resa, perdendo del tutto la loro credibilità. (Leggi anche: Fed deve scegliere tra alzare tassi o perdere credibilità)

 

 

Banche centrali si preparano al peggio

Il punto è che proprio la credibilità sarà persa, se il mercato avrà conferma che gli istituti agiscono senza interesse sostanziale per i dati, che ufficialmente sostengono di seguire e perseguire. Ma avendola combinata grossa, sperano di ridurre i danni al prossimo giro, al costo di anticipare l’arrivo della nuova crisi economica.

 

 

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