Banche centrali alzeranno target d’inflazione, ecco le due ragioni

Le banche centrali prendono in considerazione di tollerare un'inflazione più alta dei rispettivi target. Sono due le ragioni essenziali di questa mossa rischiosa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le banche centrali prendono in considerazione di tollerare un'inflazione più alta dei rispettivi target. Sono due le ragioni essenziali di questa mossa rischiosa.

Il governatore della Federal Reserve di Chicago, Charles Evans, ha dichiarato ieri di auspicare l’innalzamento del target d’inflazione negli USA sopra il livello attuale del 2%, perché il costo di questa operazione risulterebbe inferiore rispetto al passato. Così facendo, la disoccupazione potrebbe continuare a diminuire, in coincidenza con una risalita dei prezzi. Discorsi simili sono stati resi negli ultimi mesi anche dai responsabili della BCE, che non escludono che l’inflazione-obiettivo nell’Eurozona possa essere superiore a quel “quasi 2%” attuale, in modo da tenere conto anche della performance inferiore al target degli ultimi anni.

In gergo, si definisce “overshooting”, ovvero quando un policy maker tende a più che centrare un determinato obiettivo. Innalzare il target d’inflazione, o meglio, tollerare che essa salga “per un po’” al di sopra del target (sarebbe poco credibile annunciare un innalzamento dell’obiettivo, quando quello più basso non è stato ancora centrato), è quanto propone da tempo il Premio Nobel, Paul Krugman, secondo il quale solo così si segnalerà al mercato la volontà e la capacità delle banche centrali di centrare l’obiettivo nel medio termine. (Leggi anche: Krugman, banche centrali puntino a un’inflazione del 3%)

Aspettative d’inflazione restano contenute

Il ragionamento di Krugman è il seguente: se il mercato prevede che la banca centrale inizierà ad alzare i tassi e a ritirare gli stimoli monetari al minimo cenno di risalita dell’inflazione verso il target, sconterà sin da subito tale prospettiva, non appena si paleseranno segni di ripresa dei prezzi, ma con la conseguenza di allontanare proprio il raggiungimento dell’obiettivo.

Se la banca centrale, invece, segnalasse di essere tollerante rispetto a un’inflazione al di sopra del target attuale, ad esempio, spingendosi ad accettare per 5, 6, 12 mesi una crescita tendenziale dei prezzi anche del 3%, allora il mercato incorporerà aspettative d’inflazione surriscaldate e agevolerà il raggiungimento del target. (Leggi anche: Bassa inflazione? Tecnologia ha battuto le banche centrali)

 

 

 

Banche centrali guadagnano tempo

Questa tesi non è l’unica ragione, per la quale le principali banche centrali segnalano una maggiore tolleranza sull’inflazione. Esiste anche la consapevolezza che le economie avanzate non sarebbero del tutto in ripresa e mostrano una crescita del pil inferiore sia al potenziale, sia anche ai ritmi di lungo periodo pre-crisi.

Se l’inflazione in un qualche modo iniziasse a riportarsi ai rispettivi target, magari per effetto di una risalita delle quotazioni delle materie prime, le banche centrali sarebbero formalmente costrette a intervenire con una politica monetaria più restrittiva, ma finendo per strozzare quel poco di crescita in vigore. Serve inventasi qualcos’altro per guadagnare ancora tempo, nella speranza che l’economia acceleri e giustifichi una stretta. (Leggi anche: Inflazione senza crescita sarebbe un disastro)

Per la BCE sarà difficile tollerare un’inflazione più alta

Il rischio insito in questa operazione è che la stabilità dei prezzi venga meno, che le banche centrali nei fatti siano costrette a tollerare tassi d’inflazione più elevati degli attuali target non solo temporaneamente. Se le aspettative d’inflazione del mercato dovessero surriscaldarsi eccessivamente, infatti, per abbassarle al target si dovrebbe varare una stretta dagli effetti recessivi sul mercato del lavoro, per evitare la quale le banche centrali dovrebbero sostanzialmente alzare l’obiettivo, finendo per aggirare la definizione attuale di stabilità dei prezzi, che in tutte le economie avanzate è intesa quale crescita nel medio termine dei prezzi intorno al 2%.

Per la BCE, tollerare un tasso d’inflazione più alto è molto più problematico, riflettendo i prezzi la media di economie tra di loro con trend molto diversi. Un’inflazione al 3%, per quanto momentanea, ad esempio, potrebbe essere il risultato di una crescita dei prezzi intorno al 4% in Germania e del 2% in paesi come l’Italia. In sostanza, Francoforte dovrebbe destabilizzare i prezzi in un’area dell’unione monetaria, al fine di stimolare le aspettative medie. E stiamo pur certi che i tedeschi glielo impedirebbero. (Leggi anche: BCE preoccupata per bassa inflazione)

 

 

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Argomenti: Abenomics, Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Fed, Inflazione, stimoli monetari, tassi USA

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