Banche italiane e BTp: rischi grossi con nuove regole UE, ma anche opportunità

La crisi dei BTp potrebbe accentuarsi notevolmente, qualora le banche italiane fossero costrette a venderli sul mercato con le nuove regole europee. Nel medio-lungo termine, ci sarebbero forse benefici.

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La crisi dei BTp potrebbe accentuarsi notevolmente, qualora le banche italiane fossero costrette a venderli sul mercato con le nuove regole europee. Nel medio-lungo termine, ci sarebbero forse benefici.

Nuove possibili regole in arrivo per le banche europee e per l’Italia si tratta di una notizia ambivalente. L’Eba (European banking authority) starebbe prendendo in debita considerazione l’ipotesi di non consentire più agli istituti di iscrivere a bilancio a rischio zero i titoli di stato acquistati e il cui rating dovesse essere inferiore ad “A”. L’ipotesi non è nuova e da tempo viene caldeggiata dalla Bundesbank, in particolare, che nota quanto sarebbe diventato distorsivo quel meccanismo, per cui tutti i prestiti delle banche debbano scontare un rischio anche minimo, ma non quelli verso lo stato. In questo modo, eccepisce la banca centrale tedesca, gli istituti sono incentivati a prestare denaro all’unico debitore, le cui passività non richiedono alcun accantonamento di capitali.

Per il mercato dei nostri BTp, se questa regola fosse introdotta dall’oggi al domani, sarebbe una bella batosta. Le banche italiane detengono titoli di stato nazionali per circa 400 miliardi di euro di controvalore, quando alla fine del 2011 ne possedevano intorno alla metà. (Leggi anche: Banche italiane e conti pubblici, l’eredità di Renzi)

Banche italiane detengono troppi BTp

Il boom di acquisti di BTp da parte dei nostri istituti ha coinciso con gli anni della crisi del debito sovrano da una parte e del credito dall’altro. Le banche italiane, avendo accumulato elevate sofferenze verso la clientela, composta da famiglie e imprese, hanno preferito optare negli ultimi anni per i bond, che praticamente consentono loro, specie in era di “quantitative easing”, di prestare denaro al governo di Roma a rischio di fatto nullo, confidando in una risalita dei prezzi, grazie agli acquisti realizzati dalla BCE.

Di fatto, i nostri istituti hanno preso in prestito denaro da Francoforte a tassi azzerati e lo hanno utilizzato per comprare titoli del debito pubblico senza esporsi ad alcun rischio e realizzando plusvalenze con la risalita dei corsi, a sua volta agevolata dagli stimoli monetari della stessa BCE.

Questo meccanismo ha aiutato il governo italiano a collocare in questi anni ingenti quantità di debito pubblico sul mercato, ma allo stesso tempo ha frenato la ripresa della nostra economia, non sostenuta dal credito bancario, deviato verso operazioni di puro impiego finanziario. (Leggi anche: Crisi banche italiane, rischio bail-in solo rinviato con bad bank europea)

Contraccolpi possibili per banche italiane

Che succederebbe, se i titoli di stato, almeno quelli di rating inferiore ad “A”, dovessero essere valutati non più a rischio zero? Le banche avrebbero due possibilità: liberarsi di tali bond, ma con il rischio di doverli svendere, subendo una minusvalenze, oppure dovrebbero accantonare maggiori capitali a copertura delle perdite teoriche.

Per l’Italia, l’una e l’altra strada sarebbe nel breve periodo difficile da percorrere e molto costosa per le banche stesse e per i contribuenti. La vendita in massa di BTp ne farebbe salire i rendimenti (e scendere i prezzi), aumentando il costo di rifinanziamento del debito per il Tesoro, mentre i nostri istituti, già in grosse difficoltà sul piano patrimoniale, subirebbero nuove perdite, date dalla differenza tra i prezzi di cessione dei titoli e quelli di carico (molto alti, in questi anni). (Leggi anche: Banche italiane e quel buco da 35 miliardi in 3 mesi)

Benefici possibili nel medio-lungo termine

Se decidessero di accantonare maggiori capitali, dovrebbero reperirli probabilmente sul mercato, non essendo per la stragrande maggioranza dei casi in grado di attingere alle riserve esistenti. E un’operazione simile sarebbe complicata in questa fase, come dimostrano tristemente il caso MPS, ma anche il maxi-aumento di Unicredit.

Nel medio-lungo termine, è probabile che molti di questi 400 miliardi investiti in BTp sarebbero impiegati in favore del credito a famiglie e imprese, ovvero a tutto beneficio della domanda privata, tramite i consumi e gli investimenti.

Inoltre, l’allentamento del legame quasi incestuoso tra banche e debito pubblico abbasserebbe le resistenze tedesche contro l’Unione bancaria, motivate proprio dal timore percepito da Berlino di essere costretta a condividere, tramite il sistema creditizio, anche i rischi sovrani. Il problema è che se proprio bisogna togliersi questo dente, meglio sarebbe farlo sotto anestesia, ovvero mentre la BCE continua a tenere i rendimenti sovrani slegati dai fondamentali e spesso ridicolmente bassi, grazie agli acquisti degli assets. (Leggi anche: Crisi banche italiane specchio dell’economia)

Il cambio di regole adesso sarebbe rischioso

Questa fase è, però, avviata al termine con la risalita repentina dell’inflazione nell’Eurozona e il grande rischio concreto che corriamo, è che di colpo il mercato dei BTp si trovi primo non solo della domanda di Francoforte, ma anche di quella delle banche. Come mai potremmo pensare di collocare sul mercato il nuovo debito, man mano che scade quello vecchio?

La novità non riguarderebbe solo noi, ma per lo più sì. In primis, perché tra le grandi economie, siamo l’unica a godere di un rating sovrano pari a B per tutte le agenzie internazionali di valutazione, da ultima la canadese Dbrs. E in rapporto agli attivi, i BoT e i BTp in pancia alle nostre banche ammontano oggi sopra il 10%, quando altrove viaggiano su percentuale mediamente dimezzate. Il colpo, infine, per gli istituti tricolori sarebbe ancora più duro con l’avvicinarsi della fine del QE, visto che già di per sé i prezzi dei bond si stanno abbassando da mesi e con il cambio delle regole europee potrebbero accelerare la loro corsa all’ingiù. (Leggi anche: Banche italiane e titoli di stato, la doppia mazzata dello spread)

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