Azioni bancarie in crescita sulla presidenza Trump: ecco perché

Le banche USA ed europee, italiane incluse, stanno festeggiando la vittoria di Donald Trump. Vediamo perché alla finanza non dispiace il nuovo presidente, nonostante quanto si dicesse alla vigilia delle elezioni americane.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le banche USA ed europee, italiane incluse, stanno festeggiando la vittoria di Donald Trump. Vediamo perché alla finanza non dispiace il nuovo presidente, nonostante quanto si dicesse alla vigilia delle elezioni americane.

Chi aveva immaginato sfaceli sui mercati finanziari per la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA dell’altro ieri è rimasto deluso, ma certo che nemmeno i suoi sostenitori avevano immaginato una reazione così positiva da parte degli investitori, nonostante lo shock iniziale. E c’è un comparto, che da ieri segnala di essere più che contento dell’ingresso alla Casa Bianca del repubblicano: quello delle banche. Il sotto-indice settoriale al Nasdaq ha guadagnato ieri il 4,9%, mentre dalla chiusura di martedì sera alla metà seduta di oggi, i titoli bancari italiani sono cresciuti del 3,8%, così come quelli europei. (Leggi anche: Mercati finanziari a 24 ore dal ciclone Trump)

Come mai il mondo delle banche festeggia la vittoria di Trump? Il nuovo presidente americano, che nella vita è stato ad oggi un “business man”, è favorevole a una mano leggera in fatto di regolamentazione finanziaria. Per quanto non abbia mai approfondito il discorso, in campagna elettorale ha segnalato in varie occasioni di essere contrario al Dodd-Frank Wall Street Reform Act, prendendo di mira la liberal Elisabeth Warren, una delle sostenitrici della legislazione pesante del 2010, che di fatto pone parecchie limitazioni all’operatività del settore finanziario.

Trump vuole meno regole

Per via del Dodd-Frank, le grosse banche americane sono costrette ad accantonare maggiori capitali per fronteggiare i rischi, così come sono sottoposte a controlli più stringenti dell’authority e devono limitare la remunerazione degli azionisti in forma di dividendi e buy-back azionari.

E con Trump presidente, potrebbe essere indebolito il Consumer Financial Protection Bureau, un organismo messo anch’esso in piedi dall’amministrazione Obama, che punta a tutelare i clienti di banche e organismi finanziari, ma che innalza anche i costi a carico di chi opera nel settore. Ad esempio, esso vigila sulle erogazioni dei prestiti e mutui di piccoli importi e attenua le possibilità di un ente di bloccare con un arbitrato i tentativi dei clienti di promuovere una class-action.

 

 

 

Ritorno al Glass-Steagal Act?

Nel mirino di Trump potrebbe esservi il direttore del CFPB, Richard Cordray, considerato aggressivo contro gli istituti finanziari, ma il cui mandato scade tra un paio di anni. Il nuovo presidente lo rimpiazzerà con un altro più accomodante? E come farà, non avendo poteri di rimozione, se non per una causa specifica?

Ora, la visione di Trump sulla galassia finanziaria è in parte ignota, in parte più complessa di quanto appena esposto. Vero è, che l’uomo punterebbe a una mano più leggera sul piano regolamentare, ma al contempo ha espresso l’intenzione di tornare al Glass-Steagal Act, introdotto negli anni Trenta dall’amministrazione Roosevelt e rimosso solo alla fine degli anni Novanta da quella Clinton. La legislazione impediva alle banche di essere contemporaneamente attive sul mercato del credito e su quello per gli investimenti finanziari, per cui o un istituto prestava denaro a imprese e famiglie, oppure svolgeva l’attività di banca d’affari. (Leggi anche: Banche USA, con elezioni ritorno al passato)

Le conseguenze sulle banche europee

Le banche americane ed europee starebbero festeggiando in queste ore, perché intravedono minori regolamentazioni a loro carico. Certo, quand’anche Trump alleggerisse la mano del legislatore sulle banche, a beneficiarne sarebbero, anzitutto, quelle americane, ma il cambio di passo avrebbe effetti anche sugli istituti europei, perché è evidente che anche nel Vecchio Continente si sia assistiti a un rafforzamento delle regole e a un inasprimento dei requisiti patrimoniali e non solo, per via della mutata legislazione negli USA. Inoltre, per operare negli USA, le nostre banche devono superare gli stress-test condotti dalla Federal Reserve, adeguandosi alle regole americane.

Già da mesi si assiste a una rivolta delle banche europee contro l’Eba, l’authority UE, accusata di aver ecceduto nel perseguire l’obiettivo di un consolidamento dei ratios patrimoniali, costringendole a tagliare le erogazioni di credito e a rafforzare di continuo il capitale. Il grido di aiuto è arrivato alle orecchie della Commissione, che ha annunciato la sua opposizione al tentativo del Comitato di Basilea di irrigidire ulteriormente i requisiti a carico del sistema bancario. (Leggi anche: Banche europee, UE dice no a Basilea III)

 

 

 

La mano leggera arriva anche in Europa?

La vittoria di Trump sarebbe, però, quel colpo di fortuna per gli operatori del settore, di cui si sentiva il bisogno per imprimere una svolta globale alla legislazione finanziaria. Non è detto che le speranze saranno ripagate, perché la presidenza repubblicana difficilmente vorrà esordire con la rimozione di vincoli a carico delle banche e dei fondi, che sarebbe percepita dagli americani come un regalo alla solita lobby di Wall Street, quando avrebbero votato Trump per la ragione opposta. Tuttavia, la mano leggera del presidente-tycoon dovrebbe avvertirsi nel tempo e le banche europee potrebbero avere buon gioco a chiedere a Mario Draghi di darci un taglio con queste richieste pressanti di ricapitalizzazioni. (Leggi anche: Stress-test BCE, esami farsa su banche europee)

 

 

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Europa, Economia USA

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