Crisi banche italiane, rischio bail-in sarebbe solo rinviato con bad bank europea

La bad bank europea non sembra un'idea seria per salvare le banche europee, ma solo una proposta disperata per prendere tempo.

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La bad bank europea non sembra un'idea seria per salvare le banche europee, ma solo una proposta disperata per prendere tempo.

Le agenzie di stampa rilanciano da ieri pomeriggio l’idea lanciata dal presidente dell’Eba (European banking authority), Andrea Enria, che d’intesa con Klaus Regling, a capo dell’ESM, il Fondo di salvataggio europeo, ha proposto la creazione di una “bad bank” europea. Di che si tratta? Le banche europee detengono crediti deteriorati (Npl) per un valore di 1.000 miliardi di euro.

In Italia, arrivano a 360 miliardi, rappresentando quasi un quinto degli impieghi complessivi e frenando così la ripresa del credito e, quindi, dell’intera economia. Da qui, la ricetta di Enria: una istituzione sovranazionale si comprerebbe gli Npl per un ammontare massimo di 250 miliardi e al loro prezzo di mercato. La differenza rispetto ai valori iscritti a bilancio non dovrebbe essere coperta immediatamente dall’istituto cedente, bensì dalla stessa bad bank o da altri investitori privati.

La bad bank si accollerebbe tali crediti dubbi per un periodo di tempo massimo prestabilito (ad esempio, tre anni) e se entro la scadenza non riuscisse a rivenderli sul mercato, la banca che glieli ha ceduti dovrà riprenderseli, con la conseguenza che dovrà assorbirne stavolta anche le perdite, che ricadranno eventualmente sugli azionisti e gli obbligazionisti, i quali verrebbero sottoposti a un bail-in a tutti gli effetti. In questo modo, spiega il numero uno dell’Eba, le perdite non verranno mutualizzate tra gli stati. (Leggi anche: Bad bank esclude la garanzia unica sui depositi)

Bad bank significherebbe solo rinviare il bail-in

Qual è il punto di forza di questa proposta? Una bad bank europea avrebbe di gran lunga maggiori possibilità di creare un mercato degli Npl, dato che i singoli mercati nazionali non sono ancora sviluppati e, in particolare, non in Italia, che pure necessiterebbe di cessioni impegnative per smaltire i crediti dubbi in pancia agli istituti.

A fronte di questo beneficio, però, non s’intravedono prospettive strutturalmente positive per le banche italiane. Anzitutto, perché se è vero che così operando, la bad bank europea guadagnerebbe tempo, d’altra parte esporrebbe gli istituti cedenti a una lunga fase di incertezze, in quanto i loro bilanci continuerebbero ad essere gravati da oneri potenziali fino alla data di scadenza dell’impegno assunto dall’ente sovranazionale, impedendo che sul mercato torni la fiducia verso le nostre banche.

Nel frattempo, chi mai comprerebbe azioni e obbligazioni di una banca, di cui non si conoscerebbero più nemmeno i dati reali sui crediti deteriorati? (Leggi anche: Tra bad bank e bail-in a pagare saranno gli italiani)

 

Proposta disperata, non credibile

La proposta di Enria, che strappa l’applauso persino del tedesco Regling, punta a consentire, poi, sul piano europeo ciò che viene impedito su base nazionale, ovvero la possibilità per una bad bank semi-pubblica di acquistare gli Npl delle banche locali a prezzi di mercato, ma basandosi su una valutazione di medio-lungo termine e non immediata. Si eccepisce, e a ragione, che si tratterebbe di un aiuto di stato, mentre non si comprende come lo stesso meccanismo, se applicato a Bruxelles, non dovrebbe essere considerato tale. (Leggi anche: Bad bank, la questione del prezzo di acquisto e degli aiuti di stato)

Davvero Enria ritiene che la sua proposta sarebbe una soluzione contro la crisi delle banche europee? Difficile crederlo. E’ probabile che sia stata tirata fuori dal cilindro delle idee “disperate” di Bruxelles per arginare il rischio che gli eventi precipitino in Italia, dove il mix tra alti crediti deteriorati e crescita stagnante potrebbero fare implodere il sistema creditizio, trascinando nel baratro l’intera Eurozona.

La bad bank europea servirebbe solo a guadagnare tempo, confidando in un attecchimento della ripresa economica da un lato e in un reperimento almeno parziale da parte delle banche italiane dei capitali necessari per coprire le perdite. Più che di una soluzione, si tratta di un canto del cigno delle istituzioni europee, consapevoli che entro il 2017 ci si gioca il futuro della moneta unica e persino la sopravvivenza della stessa UE. E il mercato, infatti, non ci crede, se è vero che i titoli bancari italiani restano deboli nella mattinata odierna, dopo essere crollati mediamente del 3,9% ieri.

 

 

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