Baby pensioni e giustizia sociale, scontro tra generazioni in scena il 4 marzo ai seggi

L'Italia che va alle elezioni del 4 marzo è pericolosamente divisa dal fattore generazionale. C'è una parte di Paese "privilegiato" che si scontra contro chi ritiene di non avere alcuna tutela.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Italia che va alle elezioni del 4 marzo è pericolosamente divisa dal fattore generazionale. C'è una parte di Paese

L’Italia è un Paese spaccato come mai prima nella storia repubblicana. Le divisioni non seguono più (solo) le tradizionali classificazioni tra destra e sinistra, ma sono diventate quelle ancor più potenti, in quanto trasversali, tra giovani e vecchie generazioni, tra protetti e precari, tra presunti “privilegiati” ed esclusi. Sono tanti i dati economici che potrebbero essere citati per dimostrare quanto queste realtà siano effettive, ma preferiamo fornirvene qualcuno relativo al dibattito spinosissimo delle pensioni. Secondo l’Inps, in Italia esisterebbe un esercito di quasi mezzo milione di pensionati che percepisce la pensione da prima del 1980, ovvero da più di 37 anni. Per l’esattezza, sarebbero in 471.545 i fortunati. (Leggi anche: Pensioni minime, reddito di dignità e flat tax: proposte economiche di Berlusconi)

Cosa c’è di anomalo in questa cifra? Nulla, se non fosse che mediamente i fortunati percettori hanno iniziato a prendere l’assegno a poco meno di 50 anni nel caso degli ex dipendenti pubblico andati in pensione con il trattamento di “vecchiaia”, a 46,4 anni per anzianità di servizio e alla media di 41,5 anni nel caso dei superstiti (vedovi-e). Gli ex lavoratori del settore privato andati in pensione prima del 1980 avevano mediamente 54,7 anni, 40,7 anni nel caso dei superstiti. Non è finito: l’assegno di vecchiaia medio riscosso da un ex lavoratore del settore privato andato in pensione prima del 1980 è oggi di 807 euro, d 1.660 euro per un ex dipendente pubblico, 1.465 euro per i trattamenti di anzianità in favore di quest’ultimo.

Questi numeri si riferiscono solamente a quanti siano andati in pensione prima di un anno individuato arbitrariamente, ovvero il suddetto 1980. In realtà, la platea dei baby pensionati sarebbe ben più vasta, visto che praticamente è stato consentito fino a pochi anni fa ai lavoratori con anche soli 57 anni di età di andare in pensione e tutt’ora, pur con criteri molto più restrittivi, resta possibile persino con la legge Fornero. Nel pubblico impiego è stato possibile andare in quiescenza con appena 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di lavoro nel caso delle donne, un anno in più per gli uomini. A conti fatti, persino un 40-enne ha potuto approfittare nei decenni passati di tali norme lassiste. Chi lo ha fatto non ha alcuna colpa, sia chiaro, perché ha giustamente beneficiato di leggi previste dallo stato italiano e non ha rubato alcunché a nessuno. Sta di fatto che in passato si è potuti andare in pensione prestissimo prendendo un assegno sostanzioso, mentre oggi si è costretti ad attendere un’età ben più avanzata e per percepire molto meno.

Alle urne scontro tra due Italie

Il quadro di cui sopra ci segnala una delle ragioni per cui il 4 marzo andremo ai seggi in un clima di profonda intolleranza tra categorie professionali, sociali, economiche e persino anagrafiche. C’è la percezione diffusa di un’Italia in sofferenza, che paga per i “privilegi” goduti da chi ebbe la fortuna di ottenerli nei mitici anni in cui “le cose andavano bene”. Le pensioni sono uno dei temi più drammatici, visto che gli italiani dovranno andare in pensione a 67 anni dall’anno prossimo e quanti vogliano evitare il requisito anagrafico devono già oggi essere in possesso di 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Insomma, si è passati dalla cicala alla formica, facendo figli e figliastri come con un bisturi, che ha diviso l’Italia tra fortunati e sfigati, come fossimo in una mesta lotteria legislativa. E considerando che le pensioni sarebbero state causa di ben i due terzi del nostro immenso debito pubblico, che a sua volta è un’ipoteca sulle future generazioni, si comprende come quello previdenziale sia il tema dei temi dell’ingiustizia intergenerazionale. (Leggi anche: Elezioni e partiti, analisi del voto per sesso, età e professione)

Parlando di un altro tema socialmente sensibile – il lavoro – il quadro non cambia: iper-privilegiati del pubblico impiego contro precari del settore privato. A dire il vero, esistono anche gli eterni precari nel primo, come i docenti mai di ruolo e supplenti da decenni, ma pur sempre più fortunati dei loro colleghi nel privato. E poi, il folto popolo delle partite IVA, limoni da spremere, di cui una percentuale consistente è semplicemente lavoro subordinato mascherato, per giunta trattato dalle leggi come se stesse commettendo un reato. “Vuoi lavorare per il mio studio di architetto? Apriti la partita IVA!” è quanto ci si sente dire spesso a un colloquio di lavoro.

Le divisioni al voto

Cosa c’entrano queste divisioni con le elezioni? Tutto. Le analisi elettorali sembrano abbastanza chiare: i giovani voteranno perlopiù Movimento 5 Stelle e in misura minore il centro-destra, mentre il PD spopola con percentuale da sogno tra gli over-60, ma va bene anche tra i dipendenti pubblici, figurando solamente al 19% tra gli operai e malissimo tra i disoccupati. Cosa significa? Che chi oggi protesta, perché si percepisce figlio di un Dio minore, tende a votare per le attuali opposizioni, mentre coloro che avvertono il desiderio di tutelare la propria posizione di “privilegio” optano per il PD. Sembra il mondo all’incontrario. Siamo abituati ad associare la parola “sinistra” a “uguaglianza”, mentre scopriamo che oggi come oggi le formazioni che ad essa rimandano verrebbero maggiormente votate da chi dall’uguaglianza avrebbe molto da perdere. (Leggi anche: La buona squola: ecco perché la logica del posto pubblico a vita non è morta)

E’ lo scontro tra l’Italia dei diritti acquisiti e l’Italia che aspira alla stabilità e alla serenità economica. Due mondi entrambi con ragioni dalla loro parte e che sembrano non comunicare più da tempo, chiusi a riccio nel tentativo quasi disperato ciascuno di difendere sé stesso. Mettere insieme le loro istanze in un sussulto di interclassismo appare quasi impossibile, non fosse altro per l’assenza di vere e proprie classi da difendere, entrando qui in gioco il fattore generazionale: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Togliere o tagliare la pensione a chi ebbe la fortuna di percepirla a 40-50 anni è impossibile sul piano tecnico-legale e sarebbe persino ingiusto a distanza di decenni. Rimuovere certe tutele/privilegi in favore del pubblico impiego o di alcune fasce del settore privato è operazione anch’essa politicamente molto difficile. Da qui, lo scontro elettorale non più tanto ideologico, quanto tra chi ritiene di rappresentare una sfida allo status quo e chi crede di difendere il buon senso. Queste Italie non si parlano, semplicemente perché non hanno più nulla da dirsi. Sono i figli contro i padri, i colleghi precari contro quelli stabilizzati, i dipendenti privati contro quelli pubblici, i lavoratori e le imprese esposti alla concorrenza contro le “caste” di professionisti, i lavoratori over 60 contro i pensionati, i pensionati con assegni bassi contro pensionati con assegni alti, i pensionati con il contributivo contro quelli del retributivo, i disoccupati contro tutti. Tutti separati dal fattore tempo. E la politica a fuggire dalla realtà.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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