La speculazione guarda alle azioni TIM e non per lo scorporo della rete

Lo scorporo della rete TIM non è la vera grande notizia di queste ore. Un'altra novità rende il titolo della compagnia appetibile per i palati degli speculatori.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo scorporo della rete TIM non è la vera grande notizia di queste ore. Un'altra novità rende il titolo della compagnia appetibile per i palati degli speculatori.

Interessanti manovre attorno a TIM (ex Telecom Italia), che ieri ha notificato all’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom) la decisione di procedere allo scorporo della rete e alla creazione di una newco (NetCo) controllata al 100% dalla stessa compagnia e alla quale verranno assegnati personale e risorse necessari per dare vita a una infrastruttura autonoma. L’authority dovrebbe avallare formalmente l’operazione entro l’estate. Si tratta di una novità dirompente nel panorama industriale italiano. Da qui a breve, la rete di accesso di TIM verrà separata dal resto della compagnia e garantirà parità di trattamento a tutti gli operatori per usufruirne. Il piano va incontro alle crescenti pressioni del governo italiano, specie dall’estate scorsa, quando Palazzo Chigi ha notificato alla società una lettera, con la quale la avvertiva delle indagini in corso per quella che è stata accertata successivamente essere una mancata comunicazione da parte dell’azionista di riferimento Vivendi (24%) alle autorità nazionali della sua posizione di controllo di fatto.

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La battaglia ha origini più complesse, riguardando sia le incursioni dei francesi di Vincent Bolloré in Italia ai danni di Mediaset, scalata fin quasi il 30% del suo capitale dopo che gli stessi avevano provocato il collasso del titolo due anni fa sulla mancata acquisizione di Premium, sia le diatribe esplose tra Roma e Parigi sul primo atto del presidente Emmanuel Macron, che ha espropriato Fincantieri dalla maggioranza in Stx, legittimamente rilevata pochi mesi prima.

La separazione tra rete e servizio si pone nell’ottica di sottrarre ai francesi, azionisti di controllo di TIM, la gestione di un asset “strategico” anche ai fini della nostra sicurezza nazionale, visto che attraverso i cavi in rame transitano comunicazioni tra istituzioni. Quanto alla valutazione della rete, TIM la stima sui 10-15 miliardi di euro, ma al momento poco importa, dato che la compagnia non segnala l’intenzione di cedere almeno parzialmente sul mercato una quota della stessa. Avrà maggiore importanza allorquando si dovesse presentare l’opportunità di integrarla con un’altra rete, quella di Open Fiber, controllata da Enel e Cdp. A quel punto, si dovrà capire in quale misura il Tesoro, tramite le due controllate, diverrebbe azionista dell’unica rete nazionale.

Il caso Vivendi

Quello che è accaduto ieri dovrebbe spingerci a guardare con ottimismo al titolo TIM e non parliamo dello “spin-off” annunciato, peraltro già noto da tempo. Il collegio sindacale ha accettato la proposta di Elliott Management, che aveva chiesto al cda di TIM di integrare l’ordine del giorno dell’assemblea dei soci del 24 aprile con la richiesta di revoca di 6 consiglieri nominati da Vivendi (uno, a dire il vero, era formalmente indipendente), sostituendoli con altrettanti di nomina del fondo USA (Fulvio Conti, Luigi Gubitosi, Massimo Ferrari, Paola Giannotti, Rocco Sabelli e Dante Roscini). Pertanto, oggi il board si riunirà nuovamente per integrare l’odg dell’assemblea con la suddetta richiesta di revoca.

Perché questa decisione del collegio sindacale assume una elevata importanza? Perché il cda di TIM aveva reagito alla richiesta di Elliott con le dimissioni di 8 consiglieri vicini a Vivendi, tra cui di Giuseppe Recchi, detentore delle deleghe sulla sicurezza, che per obbligo normativo devono essere esercitate da un italiano. Dei dimissionari, 4 risulterebbero indipendenti. Ora, le dimissioni della maggioranza del board comporterebbero la decadenza dello stesso organo esecutivo, con la conseguenza che si dovrebbe andare al suo rinnovo anticipato, con Vivendi che avrebbe ancora il peso, nonostante Elliott stia rastrellando azioni in queste settimane, di nominare una maggioranza di consiglieri a sé vicina.

Al contrario, con l’integrazione dell’odg, l’assemblea avrà modo tra meno di un mese di sostituire i 6 consiglieri indicati da Elliott con altrettanti del fondo; la maggioranza del board resterebbe in carica, non vi sarebbe alcun rinnovo e Vivendi passerebbe all’opposizione, sminuitosi il suo peso. Tuttavia, proprio in previsione di questo scenario, adesso che il collegio sindacale si è espresso in difformità dal cda, i francesi potrebbero acquistare azioni TIM, in modo da presentarsi in assemblea con un peso maggiore e tentare di bloccare i propositi degli americani, i quali in sintonia con diversi altri fondi stranieri e italiani presenti nel capitale potrebbero ribaltare la maggioranza.

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Verso una guerra tra azionisti

Vero è anche, però, che il raggio di azione di Vivendi risulta limitato. I francesi potrebbero acquisire fino a un massimo dell’1% del capitale senza incorrere nell’obbligo di lanciare un’OPA sul capitale rimanente, secondo le nuove soglie individuate dal Decreto sulla competitività del 2015. Non è finita, perché la Consob ha avviato a sua volta le indagini sulle dimissioni degli 8 consiglieri del board, di cui la metà indipendente, del 22 marzo scorso. Sarebbe la prova che Vivendi controlli la maggioranza e che, quindi, abbia violato i relativi obblighi di comunicazione. Insomma, la posizione dei francesi si starebbe facendo sempre meno facile. E da qui a breve gli stessi dovranno decidere se convogliare o meno il 19% di Mediaset, la quota eccedente il 10%, in un trust indipendente, essendo per l’Antitrust impossibile che un unico soggetto possegga due società così rilevanti nel medesimo settore delle telecomunicazioni.

E se le azioni ordinarie TIM mostrerebbero spazio di crescita per via di una “guerra” tra soci in vista, non da meno dicasi di quelle di risparmio, che quotano ancora a 9 centesimi in meno rispetto alle prime (14% in meno) e che sulla base del piano avanzato da Elliott, verrebbero convertite in ordinarie per razionalizzare la struttura del capitale. In realtà, il vero intento del fondo a stelle e strisce sarebbe di diluire la quota di Vivendi, che scenderebbe così a circa il 17-18%, ancora più aggredibile in assemblea unendo le forze tra attuali soci ordinari e di risparmio. Siamo all’inizio di una partita, che vedrà necessariamente vincitori e vinti. E i francesi rischiano di uscirsene dalla campagna italiana con le ossa rotta, con minusvalenze virtuali già plurimiliardarie nella sola TIM.

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