Australia e Italia, così lontane e tanto vicine: oggi il sesto governo in 8 anni e c’entra anche l’immigrazione

L'Australia ha il suo sesto governo in otto anni. E mentre Matteo Salvini parla del modello "No Way" sull'immigrazione, il nuovo premier è noto proprio per le posizioni dure sul tema.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Australia ha il suo sesto governo in otto anni. E mentre Matteo Salvini parla del modello

Mentre il ministro dell’Interno e vice-premier Matteo Salvini lancia il modello “No Way” dell’Australia sulla gestione dei flussi migratori, a Canberra si consuma l’ennesima crisi politica in pochi anni: il ministro del Tesoro, Scott Morrison è il nuovo premier, avendo sconfitto gli sfidanti del Partito Liberale dopo le dimissioni da capo del governo di Malcolm Turnbull, in carica dal 2015, quando a sua volta aveva guidato la sfiducia e vinto contro l’allora premier Tony Abbott. Battuto Peter Dutton, dimessosi pochi giorni fa da ministro dell’Interno ed esponente dell’ala più conservatrice del partito. Ad ogni modo, pur essendo stato uno stretto collaboratore di Turnbull, il nuovo premier è noto per le sue posizioni dure contro l’immigrazione, tanto che è diventata celebre la sua frase “la legge che ha consentito l’ingresso dei libanesi negli anni Settanta è stata sbagliata”.

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Sembra difficile immaginare che un’economia così florida come l’Australia abbia tante ragioni per mandare a casa un governo dopo l’altro. Negli ultimi 8 anni ne sono cambiati 6, una performance all’italiana, nonostante il nostro Paese sia agli antipodi geograficamente, oltre che politicamente e sul piano economico. La goccia che ha fatto traboccare il vaso stavolta è stata la politica energetica. Turnbull si è discostato dalle posizioni conservatrici classiche del suo partito, puntando sull’apertura di centrali solari ed eoliche per ottemperare all’Accordo di Parigi per abbattere le emissioni inquinanti. L’ala destra gli chiedeva, invece, di continuare a sostenere l’industria del carbone. Anche su altri temi si registravano prese di posizione “sui generis”, mentre ScoMo, com’è anche definito il nuovo premier, è contrario alle nozze gay, tanto per fare un esempio.

Crescita e immigrazione, il caso Australia

Il tema dell’immigrazione si è rivelato importante e forse decisivo per l’ultimo cambio di governo. L’Australia non vede una recessione da ben 27 anni, avendo così segnato un record mondiale, detenuto fino a poco tempo fa dall’Olanda. La crisi finanziaria mondiale del 2008-’09 è stata brillantemente schivata e il pil non fa che crescere dal 1991. Com’è possibile tanto malcontento in un paese così apparentemente ben messo? La risposta riguarda essenzialmente la bassa crescita dei salari, nettamente inferiore rispetto a quella del pil e pari a una media di poco superiore al 2% negli ultimi trimestri. La differenza risiede nell’elevato tasso di crescita della popolazione, a sua volta trainato dall’immigrazione. In pratica, il pil sale senza sosta, ma più per l’ingresso di nuovi immigrati, i quali aumentano l’offerta di lavoro e spingono i salari verso il basso.

Non è un caso che gli australiani non percepiscano nelle loro vite questo record mondiale di cui andare fieri. Anzi, a fronte di salari e stipendi in tiepido aumento, il loro indebitamento è cresciuto del 17% del pil nell’ultimo decennio, salendo al 122%, legato al boom dei prezzi delle case. E’ noto, infatti, come in Australia sia in corso da molti anni una pericolosa bolla immobiliare, che se da un lato sta sostenendo proprio l’economia, dall’altro ne rappresenta una delle principali minacce. In pratica, gli stipendi non reggono il ritmo del costo di acquisto di un’abitazione e spingono sempre più famiglie e per importi maggiori a indebitarsi.

Il caso australiano è esemplare per il dibattito italiano: nemmeno un’economia in ottima forma è esente dal problema immigrazione. Quale che sia l’opinione sul tema, è evidente come l’arrivo di manodopera dall’esterno, specie a basso costo, da un lato accresce l’offerta di lavoro e stimola la produzione, i consumi e il pil, ma dall’altro tende a comprimere i salari, essendo maggiore la concorrenza tra i lavoratori. Pertanto, bisogna contemperare bene le opposte esigenze. Se le frontiere chiuse a prescindere sarebbero un male con l’invecchiamento progressivo della popolazione e la riduzione conseguente della forza lavoro in un’economia avanzata, nemmeno la politica delle porte aperte a tutti i costi appare nettamente benefica. E a pagare pegno sono anche i governi di turno.

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Argomenti: Altre economie, Bolla immobiliare