Austerità sì o no. Ma il vero bivio è tra tagli alla spesa e nuove tasse

Puntare a risanare il deficit pubblico con tagli alle tasse darebbe risultati migliori sul fronte della crescita. Ecco i dati UE dal 2010 al 2012

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Puntare a risanare il deficit pubblico con tagli alle tasse darebbe risultati migliori sul fronte della crescita. Ecco i dati UE dal 2010 al 2012

Il ritornello è lo stesso da almeno due anni: misure di austerità sì o no. Fa bene un governo a insistere  con il risanamento dei conti pubblici, quando l’economia è in recessione? I dati sono contrastanti, tanto che ne è sorta una disputa ideologico-accademica tra economisti filo-austerity e colleghi contrari.

 

Tagli spesa pubblica o aumento tasse? Il dilemma è sempre lo stesso, da anni

Il punto è che austerità in sé non significa nulla, come dimostrano i consigli di Alesina-Ardagna, i quali suggeriscono sì il risanamento dei conti anche in fase recessiva, ma attraverso il taglio della spesa pubblica e non l’aumento delle tasse. Risanare, infatti, significa ridurre l’indebitamento. Lo si può fare in tre modi: tagliare solo la spesa pubblica, aumentare le tasse o un mix delle due cose.

Calcoli errati del Fondo Monetario e risalenti a qualche anno fa suggerivano ai governi di puntare nel breve più sugli aumenti delle tasse, perché il loro impatto sul pil sarebbe stato meno dannoso dei tagli alla spesa pubblica. Ma i risultati reali hanno smentito tale idea, poiché da una previsione di un multiplo recessivo pari allo 0,50, si è verificato un multiplo reale di 2. Per un euro di tasse aumentate, il pil cala di due euro e non di 50 centesimi.

 

Crisi Euro: il punto della situazione nei vari Paesi

E andando a guardare i dati empirici europei, scopriamo che i paesi che hanno puntato esclusivamente sull’aumento delle imposte tra il 2010 e il 2012 hanno registrato le performances peggiori di crescita (-2,5%). Coloro che hanno puntato su un mix delle misure hanno ottenuto una crescita reale del 3% nel triennio, mentre i paesi che hanno puntato più sulla riduzione della spesa hanno registrato una crescita reale nel periodo del 5,5% in media.

Tre esempi, uno per ciascun gruppo. La Grecia ha ridotto il deficit del 5,6% del pil, ma per farlo ha aumentato le tasse del 6,4% del pil, mentre la spesa pubblica risulta aumentata dello 0,8% (per l’effetto recessivo dell’economia). La Slovenia ha ridotto l’indebitamento annuo del 2,2%, di cui l’1,9% dato da un aumento delle imposte e solo per lo 0,3% del pil per tagli alla spesa. L’Irlanda è il caso opposto: deficit -6,4%, ma i tagli alle spese sono stati del 6,5%, mentre le tasse sono state anch’esse tagliate dello 0,1% del pil.

Sarà casuale (vedremo qualche eccezione), ma la Grecia versa in stato comatoso, la Slovenia è prossima a un bail-out, mentre l’Irlanda sta superando molto bene la crisi del 2010-2011. E l’Italia? Su un deficit ridottosi del 2,5%, la spesa pubblica è stata tagliata dell’1,3% rispetto al pil, mentre le tasse sono cresciute dell’1,2%. Un mix perfetto, ma forse visti anche gli altissimi livelli iniziali della pressione fiscale, esso ha determinato una recessione profonda della nostra economia.

Certo, come non citare anche la Francia, che ha ridotto del 2,7% il disavanzo fiscale, di cui il 2,5% del pil tramite aumenti di tasse. Parigi sta messa molto meglio dell’Italia, ma il trend non è incoraggiante, avendo registrato il record di disoccupazione con 3,28 milioni di persone in cerca di lavoro a giugno e un’economia prevista anch’essa in recessione. Infine, la Germania. Tagliato del 3,3% il deficit, di cui per il 3,2% tramite tagli alla spesa e solo per lo 0,1% per aumenti delle tasse. Continua ad essere la locomotiva indiscussa dell’Eurozona.

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