Il mercato non crede a un imminente rialzo dei tassi: ecco i segnali da borse, oro e dollaro

L'inflazione USA ai massimi dal 2009 mette in allarme i mercati, sebbene non vi sia la sensazione di una stretta monetaria vicina

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Aumento dei tassi vicino?

E’ stato uno shock il dato pubblicato ieri sull’inflazione americana ad aprile: +4,2% annuo contro +3,6% atteso. La crescita dei prezzi ai massimi da fine 2008 sta già facendo scattare l’allarme circa un aumento dei tassi d’interesse vicino. Del resto, il target della Federal Reserve è del 2%. Eppure, non sembra che sui mercati finanziari si creda per il momento a una tale narrazione. Se guardiamo al “watchtool” di CME Group, principale gruppo attivo dei derivati, scopriamo che non ci si aspetta alcuna stretta monetaria negli USA per almeno tutto quest’anno. Le probabilità di un aumento dei tassi sono stimate all’8,8% per dicembre.

E non è l’unico dato che smentirebbe tale timore. Prendete il Treasury a 10 anni. Dovrebbe riflettere le aspettative d’inflazione USA nel lungo periodo. E’ sì salito all’1,69% contro lo 0,90% di inizio anno, ma in termini reali rimane del 2,50% negativo. Prima del Covid, il rendimento decennale reale americano viaggiava al -1%. Questo significa che il mercato obbligazionario stesso crederebbe alla transitorietà dell’aumento dell’inflazione. E’ su questo che fa leva la FED, secondo cui un aumento dei tassi al momento resta escluso, trattandosi di una “fiammata” dei prezzi, anziché di una loro crescita stabile sopra il target.

Le quotazioni dell’oro nel frattempo sono salite a ridosso dei 1.820 dollari l’oncia, ai massimi dal febbraio scorso. Ma siamo a circa 80 dollari (-4%) in meno da inizio anno. Da un lato, il prezzo del metallo si è sgonfiato per la minore domanda di “safe assets” tra gli investitori, segno che la paura stia venendo meno, man mano che le campagne vaccinali nel mondo proseguono. Dall’altro, l’effetto inflazione non starebbe compensando tale trend, per cui possiamo ben affermare che stia prevalendo sui mercati l’allentamento delle tensioni più che la corsa ad acquistare oro per proteggersi dalla reflazione.

Neppure il dollaro parla di aumento dei tassi

E’ pur vero, però, che ieri la borsa americana ha chiuso in netto ribasso: -2,14% l’indice S&P 500. Dai massimi toccati una settimana prima, perde il 4%. E questo si spiegherebbe con la consapevolezza crescente che, comunque, il massimo grado di accomodamento monetario nel mondo sia alle spalle. Cioè, un aumento dei tassi non sarebbe vicino, ma al contempo non vi saranno più ulteriori stimoli monetari, a meno che le condizioni sanitarie non peggiorino improvvisamente e drasticamente. Peraltro, lo stesso dollaro oggi scambia contro le altre principali valute intorno alla parità. Nell’ultima settimana, si deprezza mediamente dello 0,7%.

Se il mercato scontasse un imminente aumento dei tassi USA, il dollaro dovrebbe apprezzarsi. A maggior ragione che una stretta sarebbe meno vicina nell’Eurozona. Invece, il cambio euro-dollaro non si allontana dalla soglia di 1,20, anzi si mostra in risalita dal minimo di 1,17 toccato a fine marzo. Accadrebbe il contrario se il mercato scontasse un aumento dei tassi FED. A meno che non sconti una contestuale (e finanche più drastica) stretta BCE, ipotesi per adesso molto remota. Anche in questo caso, lo sgonfiamento del dollaro sarebbe conseguenza della maggiore propensione al rischio sui mercati internazionali.

E c’è stretta e stretta. Ai mercati interessano i livelli reali dei tassi. Dunque, magari nel corso del 2022 la FED procederà forse con un aumento dei tassi, ma sempre tenendoli ben al di sotto dell’inflazione. Il costo reale del denaro, quindi, rimarrebbe basso e negativo, per quanto in aumento. D’altronde, nessuno immaginava che al livello nominale sarebbe rimasto azzerato indefinitamente. Tutto questo, a patto che si tratti davvero di una fiammata e non di un’accelerazione strutturale dell’inflazione. Il boom dei prezzi delle materie prime, in effetti, impatta sull’intera struttura dei costi di produzione e rischia di innalzarli per un periodo prolungato, finendo per rendere l’aumento dell’inflazione parzialmente permanente.

E allora sì che l’aumento dei tassi subirebbe un colpo d’acceleratore ovunque.

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