Il futuro dell’Italia dopo la pandemia? Guardate al Sud America

L'esplosione del debito pubblico sarà un problema con il graduale ritorno alla normalità, anche se il Patto di stabilità venisse sospeso per anni

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Aumento delle tasse in Italia forse solo questione di tempo

Il debito pubblico italiano supererà i 2.700 miliardi di euro a fine anno. In un paio di anni, risulterà cresciuto di 300 miliardi. Mai il deficit era stato così alto negli ultimi 30 anni. Chi non teme alcun aumento delle tasse in vista per il solo fatto che il Patto di stabilità sia stato sospeso, si sbaglia di grosso.

C’è un’area del mondo, in cui già i governi hanno dovuto fare i conti con la realtà delle casse statali vuote e hanno previsto un aumento delle tasse a carico dei contribuenti. I casi più nitidi in tal senso sono Argentina e Colombia, l’una governata dal centro-sinistra, l’altra dal centro-destra. Politicamente agli antipodi, sono accomunate dalla stangata. Buenos Aires ha imposto una patrimoniale sulle ricchezze sopra 200 milioni di pesos (circa 1,76 milioni di euro). L’obiettivo consiste nel raccogliere almeno 300 miliardi di pesos (2,65 miliardi di euro) da destinare alla lotta contro la povertà e al potenziamento dei servizi.

Aumento delle tasse in tutto il Sud America

In Colombia, manifestazioni di piazza e scioperi stanno tenendosi nelle principali città di Bogotà, Medellin e Cali. Qui, i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro un aumento delle tasse generalizzato. Il governo del presidente Ivan Duque Marquez intende difendere il rating sovrano dalle minacce di declassamento da parte delle principali agenzie internazionali. Il giudizio di cui gode il debito colombiano è sostanzialmente in linea con quello dell’Italia: BBB-/BBB-/Baa2. Tutti con outlook negativi. Un “downgrade” scaraventerebbe l’economia emergente tra gli emittenti “spazzatura”.

Le misure in corso di approvazione vanno dall’aumento dell’aliquota più alta sui redditi delle persone fisiche dal 39% al 41% all’imposizione di un “una tantum” sugli stipendi superiori ai 10 milioni di pesos al mese (2.270 euro).

E anche qui prevista una patrimoniale dell’1% sulle ricchezze superiori a 1 milione di euro e del 2% sopra i circa 3,2 milioni. Stangata anche sui dividendi: l’aliquota sale dal 10% al 15%. In più, la “no tax area” sui redditi si riduce, un fatto che aumenta il numero dei contribuenti. L’intento dell’esecutivo è di incassare il 2,2% del PIL all’anno, con cui abbattere il deficit (8,6% quest’anno) e sostentare le famiglie più povere. E di patrimoniale si sta discutendo o è stata approvata già anche in Bolivia, Cile, Perù e Messico.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) con queste misure ci va a nozze. Soltanto qualche settimana fa, elencava tutta una serie di misure di aumento delle tasse, che possiamo così riassumere:

  • riduzione del numero di beni e servizi esclusi dall’IVA;
  • introduzione di una patrimoniale;
  • aumento delle aliquote sui redditi più alti;
  • stretta su successioni e donazioni;
  • imposta minima globale sulle imprese.

Le pressioni sull’Italia

Se la Colombia figura in fondo alla classifica per pressione fiscale (meno del 20% del PIL) tra gli stati OCSE, superata al ribasso dal solo Messico, l’Italia risulta tra le prime con circa il 43%. Eppure, proprio il nostro Paese non sfuggirebbe a un possibile forte aumento delle tasse dai prossimi anni e che partirebbe con ogni probabilità dai patrimoni. Nel mirino dell’FMI e della Commissione europea c’è, anzitutto, la prima casa, oggi esclusa dall’imposizione fiscale. Si tratta di migliaia di miliardi di ricchezza su cui lo stato farebbe cassa con uno schiocco delle dita, dato che gli immobili per definizione non possono migrare all’estero per sottrarsi alla stangata.

Più in generale, però, stavolta gli organismi internazionali pressano Roma per ottenere un aumento delle tasse tramite l’imposizione di una patrimoniale. Il ragionamento sotteso è il seguente: lo stato italiano è povero, le famiglie italiane sono ricche. Queste possedevano beni, liquidità e investimenti finanziari per circa 10.000 miliardi di euro prima del Covid.

Trasferendo una quota di questa immensa ricchezza allo stato, il debito pubblico si abbatterebbe. Abbiamo più volte sottolineato come questo ragionamento sia del tutto avulso dalla realtà. Tassare terreni, fabbricati o investimenti in azioni, obbligazioni e fondi risulta molto complicato, trattandosi di beni e prodotti non immediatamente liquidi.

Questo non significa che le pressioni sul governo italiano si allenteranno. Anzi, con l’avvio delle erogazioni tramite il Recovery Fund, l’aumento delle tasse sarà un sottofondo musicale sempre più ossessivo a Bruxelles. Gli stati del Nord Europa, creditori netti dell’operazione, non hanno intenzione di aiutare gli alleati del sud senza ottenere in cambio garanzie sulla sostenibilità dei loro debiti. E la garanzia migliore per un creditore consiste in conti pubblici equilibrati. Poiché il taglio della spesa pubblica diventa assai impopolare e inopportuno in una fase di strazio economico-sociale, ecco che l’aumento delle tasse sarà al centro di un “do ut des” intra-europeo. Patto di stabilità o meno.

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