Aumento MPS, investitori scettici: rischio bail-in sempre più serio

Il salvataggio di MPS si fa sempre più arduo. Il rischio bail-in diventa realistico, se entro fine anno non si trovassero investitori disponibili.

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Il salvataggio di MPS si fa sempre più arduo. Il rischio bail-in diventa realistico, se entro fine anno non si trovassero investitori disponibili.

L’agenzia Reuters ha riportato ieri la notizia dello scetticismo imperante sui mercati finanziari circa il buon esito dell’aumento di capitale MPS da 5 miliardi di euro. Alcuni manager di fondi stranieri e di una fonte vicina al dossier, che hanno voluto conservare l’anonimato, hanno dichiarato di essere indisponibili ad acquistare azioni dell’istituto, perché nemmeno la “ripulitura” dei bilanci da 27,7 miliardi di sofferenze lorde (9,2 miliardi nette) offrirebbe garanzia sul futuro di Siena, che in pancia ha complessivamente 45 miliardi di crediti deteriorati lordi.

Pur considerando che il tasso di copertura di questi prestiti a rischio superi il 60%, quand’anche andasse in porto la cessione delle sofferenze a un veicolo ad hoc, resterebbero esposizioni nette fino a 7 miliardi, cioè più di dieci volte l’attuale valore di capitalizzazione di MPS in borsa. Da qui, il timore che qualcosa possa andare storto e che la crisi non sarebbe prossima alla fine.

Esito aumento MPS legato a referendum

D’altronde, la banca più antica del mondo ha già richiesto 8 miliardi di euro agli azionisti negli ultimi due anni, che sono del tutto evaporati subito dopo l’attuazione di tali operazioni. Chiederne altri 5 appare un esercizio molto, molto complicato, anche tenendo presente lo scenario geo-politico in cui avverrebbe.

L’aumento si sarebbe dovuto tenere entro la fine dell’anno, ma poiché gli investitori chiedono certezze sul futuro politico italiano e visto che il governo Renzi intende spostare la data del referendum costituzionale tra novembre e dicembre (leggi anche: Salvataggio MPS e referendum intrecciati), nessuno sarebbe credibilmente disposto a puntare i suoi soldi su un paese, che tra un paio di mesi potrebbe provocare una nuova crisi europea, dopo quella già subita con la Brexit a giugno. In gioco, oltre tutto, ci sarebbe anche l’euro, dato che il premier Matteo Renzi sembra essere rimasto agli occhi dei mercati l’unico europeista di peso in Italia.

 

 

 

Dimissioni Viola, risolto il giallo

A far propendere per lo slittamento dell’aumento di MPS c’è stato anche il “giallo” delle dimissioni del’ad Fabrizio Viola (leggi anche: Dimissioni Viola in piena burrasca), sostituito già dal numero uno di BofA-Merrill Lynch in Italia, Marco Morelli.

L’ex manager, alla guida di Siena da 5 anni, avrebbe confidato ai suoi di essere stato di fatto licenziato dal Tesoro – primo azionista con il 4% – attraverso una telefonata del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che d’intesa con il premier avrebbe sollecitato il passo indietro. Ma perché?

Le tensioni con Roma sarebbero nate sullo sfondo di quelle tra Viola e JP Morgan, ormai considerato il principale attore-interlocutore del governo per il piano di salvataggio. L’ex ad ha osteggiato le proposte della banca d’affari americana, che escludono il diritto di opzione per gli azionisti in fase di aumento e commissioni certe, slegate dall’esito dell’operazione. Infine, Padoan-Renzi si sarebbero mostrati preoccupati per il tiepido riscontro ottenuto dal piano MPS sui mercati, temendone un flop.

AGGIORNAMENTO: SI è DIMESSO ANCHE IL PRESIDENTE MASSIMO TONONI

Bail-in MPS con crisi politica?

Ma il fallimento non è escluso nemmeno con il nuovo ad, visto che nel caso di vittoria del “no” al referendum, la probabile crisi politica conseguente al voto riporterebbe i mercati in fibrillazione, rendendo necessario un salvataggio pubblico di MPS, coinvolgendo a quel punto anche gli obbligazionisti subordinati MPS nelle perdite. I loro titoli sarebbero convertiti in azioni, le quali sarebbero a loro volta azzerate. Si darebbe attuazione, quindi, al primo caso di bail-in in Europa (leggi anche: Aumento MPS nel 2017 o bail-in).

Di più. La vittoria del “no” potrebbe dare il via a un contagio verso le altre banche italiane, se non dell’inter Eurozona. Chiaramente, i nostri istituti sarebbero doppiamente esposti in prima linea, possedendo da un lato crediti deteriorati netti per quasi 200 miliardi, dall’altro titoli di stato italiani per 415 miliardi. E questi ultimi potrebbero essere presi di mira dai mercati con una crisi di governo, per quanto la BCE continuerebbe a fungere da ammortizzatore delle tensioni con gli acquisti attuati tramite il QE.

 

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