Aumento MPS, conversione bond subordinati sarà un flop

Le obbligazioni subordinate MPS possono essere convertite solo fino a venerdì e a un prezzo ancora da decidere, quando siamo a pochi giorni dal referendum. L'operazione sarà un fallimento.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le obbligazioni subordinate MPS possono essere convertite solo fino a venerdì e a un prezzo ancora da decidere, quando siamo a pochi giorni dal referendum. L'operazione sarà un fallimento.

Il tonfo delle azioni MPS di ieri (-13,8%) ha fatto sprofondare attorno al mezzo miliardo il valore di capitalizzazione in borsa della banca più antica del mondo, ovvero a un decimo dell’aumento varato dal cda e che l’ad Marco Morelli spera di smaltire in buona parte con la conversione di dieci bond subordinati, in attesa di conoscere il destino dell’undicesimo, su cui ancora l’assemblea degli obbligazionisti non ha raggiunto il quorum per procedere alla votazione. Il controvalore di questi bond ammonta a 4,3 miliardi di euro. Stando alle stime di Siena, un quarto dovrebbe essere convertito, per cui le attese sarebbero per un miliardo di euro, ma si potrebbe arrivare fino a 1,5 miliardi.

Eppure, le condizioni poste per la conversione facoltativa di queste obbligazioni sono tutt’altro che incentivanti. Per prima cosa, i tempi. Gli obbligazionisti interessati hanno potuto iniziare a convertire i bond in azioni MPS da ieri e potranno farlo solo fino al venerdì 2 dicembre. Cinque giorni di tempo sembrano davvero pochi per sperare in un’adesione massiccia. Da qui, la constatazione, che la banca starebbe puntando alla clientela istituzionale, non già anche a quella retail, come si evince anche dall’atteggiamento “non pro-attivo” annunciato; ovvero, l’istituto non solleciterà con chiamate al telefono o altri mezzi la conversione. (Leggi anche: Bond subordinati MPS convertiti potrebbero dimezzarsi di valore)

A quale prezzo avverrà la conversione?

Altro aspetto non meno dirimente: il prezzo della conversione. Sappiamo ad oggi, che le obbligazioni subordinate del tipo Tier I saranno trasformate in azioni, su richiesta, all’85% del loro valore nominale, mentre quelle del tipo Tier II (meno rischiose) al 100% del loro valore nominale. Ora, questi sono i prezzi a cui la banca rileverà i titoli, ma nulla sappiamo a quali valori saranno acquistate le azioni MPS, se non che il loro prezzo massimo sia stato fissato a 24,9 euro (dopo il raggruppamento di 100 azioni in 1). Allo stato attuale, un’azione MPS vale 18 euro e la volatilità del titolo, che in due settimane è arrivato a perdere il 38,4%, non ci consente di stimare a quale livello sarà fissato il prezzo di emissione delle nuove azioni, se a forte sconto o meno.

Ma il combinato tra volatilità del titolo e tempi della conversione ci spinge a ritenere che l’operazione sarà un flop. Come si fa a sperare che gli obbligazioni subordinati, fossero anche solo gli istituzionali, procedano di fatto a partecipare all’aumento di capitale a ridosso del referendum costituzionale, che per stessa ammissione della banca, potrebbe incidere sul destino del salvataggio privato nell’uno o nell’altro senso? (Leggi anche: Obbligazioni MPS, così la banca è passata alle minacce)

 

 

 

Rischio bail-in esiste, ma meglio affrontarlo da creditori

Le azioni MPS hanno perso il 90% del loro valore nell’ultimo anno e successivamente all’altro maxi-aumento da 3 miliardi, esercitato nell’estate 2015. Mettendoci nei panni dell’obbligazionista, ci troveremmo a decidere in pochi giorni, se aderire a un’offerta, che già per i titoli più a rischio comporta una perdita immediata del 15% e che ci esporrebbe agli umori del mercato azionario dal secondo successivo, in una fase in cui l’instabilità politica attesa è elevata e il successo dell’operazione (come troviamo scritto anche sul prospetto) è tutt’altro che scontato.

Rischio per rischio, meglio attendere da creditori e non da soci come andrà a finire questa vicenda. Quand’anche la banca rischiasse di subire una risoluzione e di dover procedere al cosiddetto “bail-in”, vorremmo davvero vedere quale governo in Italia ci metterebbe la faccia nell’azzerare le obbligazioni di almeno 50.000 piccoli investitori (5 volte quelli coinvolti dall’azzeramento dei bond delle quattro banche salvate un anno fa), che al più tardi voterebbero insieme agli altri italiani nel 2018 e che darebbero vita a una campagna mediatica dura contro una politica “carnefice”. Dalla clientela retail non aspettiamoci che percentuali insignificanti di adesione all’offerta. (Leggi anche: Rischio bail-in per MPS con flop aumento)

 

 

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Argomenti: bail in, Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia