Aumento Iva 22%, per Daveri colpirebbe i ricchi. Codacons: “sono 349 euro in più a famiglia”

L'aumento dell'Iva è scongiurato, per ora. Nel frattempo c'è chi, come Daveri, teorizza un impatto marginale dell'imposta sui meno abbienti. I dati, però, sembrerebbero contrastare la sua tesi

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Il Governo Letta è riuscito a evitare in extremis l’aumento dell’Iva al 22% (sarebbe dovuta scattare il 1° luglio). Una misura provvisoria, in attesa che venga scongiurato definitivamente il “colpo di grazia”, come lo definisce la Codacons, o che ci si rassegni altrettanto definitivamente allo stesso. Qualche economista, nel frattempo, ha avanzato qualche strana ipotesi: l’aumento dell’Iva potrebbe non essere così dannoso per i consumi, perché colpirebbe in misura minore i ceti meno abbienti e in misura maggiore le famiglie più facoltose, che comprano indifferentemente proprio grazie alle loro disponibilità economiche. L’economista in questione è Francesco Daveri, ex collaboratore della Banca Mondiale

 

L’Iva danneggia solo i ricchi?

Francesco Daveri inizia la sua analisi riportando quello che pensa il senso comune e il mainstream politico ed economico circa l’Iva. L’Iva è un’imposta disprezzata perché regressiva e non progressiva. In estrema sintesi, pesa indipendentemente dal reddito e dalla situazione economica di chi la deve “subire”. L’aumento dell’Imposta, dunque, impatta sui poveri allo stesso modo in cui impatta sui ricchi, e quindi pesa solo sui poveri perché sono questi ultimi a soffrire se costretti a sborsare più denaro per acquistare beni e servizi.

Daveri, di contro, teorizza qualcosa di diverso. L’aumento dell’Iva peserebbe poco sui poveri e molto di più sui ricchi. Per supportare questa ipotesi si rifà a una tabella dell’Istat, la quale incrocia un paio di dati: reddito dei contribuenti, i beni che acquistano, l’Iva applicata ai beni stessi. La tabella, inoltre, divide la popolazione in “quintili di reddito” (primo 25% della gente più povera, secondo 25% della gente più povera e così via) e divide i beni per percentuale di Iva.

L’evidenza raccolta da Daveri è la seguente: il primo quarto di cittadini meno ambienti acquista pochi beni sottoposti a Iva massima. L’economista calcola per loro un aumento della spesa di 52 euro per famiglia. L’ultimo quarto, quello dedicato ai cittadini più ricchi, acquista molti beni sottoposti a Iva massima (circa il triplo di quelli acquistati dalla prima fascia) e per loro l’aumento della spesa sarebbe di 150 euro. Ovviamente il presupposto è che solo i beni soggetti a Iva massima siano coinvolti dall’aumento dell’Iva.

 

Il diverso approccio del Codacons

La Codacons ha preso parola spesse volte nelle ultime settimane contro l’aumento dell’Iva. Non ha risposto esplicitamente a Daveri ma i dati che ha presentato bastano e avanzano per mettere in dubbio l’ipotesi dell’economista. Innanzitutto, l’associazione parla di un aumento medio superiore all’aumento previsto per la fascia, seconda Daveri, più colpita. L’associazione parla di una spesa media per famiglia maggiorata di 349 euro.

Ma anche l’Istat stessa, a cui si appella Daveri, e qualche evidenza raccolta nel 2011-2012 rischiano di smentire la tesi “dell’Iva progressiva”. L’ultima aumento dell’Iva, avvenuto nel 2011, ha rappresentato un disastro per i consumi. L’indice dei prezzi al consumo (inflazione) è aumentato del 3,3% nel 2011 e a partire da qualche mese dopo i consumi sono crollati (-3,2% nel 2012). Certo, a ridurre i consumi sono intervenuti anche altri fattori, come l’aumento della disoccupazione e l’aumento della pressione fiscale, ma è lecito supporre un legame tra Iva, aumento dei prezzi e crollo dei consumi.  

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