Aumento dell’IVA o via bonus 80 euro di Renzi? Intanto, la spesa pubblica corre

L'aumento dell'IVA e l'eliminazione degli 80 euro in busta paga non rilancerebbero l'economia italiana, anzi distruggerebbero ulteriore domanda interna, tagliando i consumi. Intanto, la spesa pubblica continua a crescere senza sosta.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'aumento dell'IVA e l'eliminazione degli 80 euro in busta paga non rilancerebbero l'economia italiana, anzi distruggerebbero ulteriore domanda interna, tagliando i consumi. Intanto, la spesa pubblica continua a crescere senza sosta.

Continua la querelle a distanza tra il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e il segretario dimissionario del PD, Matteo Renzi, dopo che il primo ha paventato l’ipotesi di un aumento dell’IVA per tagliare le tasse sul lavoro, ovvero per ridurre il cuneo fiscale. L’ex premier si mostra contrario, ma adesso ad essere a rischio è forse l’unica misura che ancora oggi continua ad essere associata al suo nome: il bonus Irpef degli 80 euro in busta paga. Alternativa Popolare, il movimento politico del ministro Angelino Alfano, ha proposto di eliminarlo, dato che costerebbe alle casse dello stato qualcosa come 15-16 miliardi all’anno. Tali risorse dovrebbero essere impiegate per tagliare l’Irpef, anche se i centristi rassicurano che gli attuali beneficiari del bonus degli 80 euro, grazie alla progressività delle imposte, sarebbero anche i maggiori avvantaggiati dalla riduzione del carico fiscale, con aumenti stimati in busta paga per 120-130 euro al mese.

Sarà, ma dalla maggioranza stanno arrivando segnali poco rassicuranti per i contribuenti, che nel migliore dei casi si vedranno tagliare un’imposta per pagarne di più un’altra, ma il gioco non sarà a somma zero. Come vi abbiamo spiegato anche l’altro ieri, l’aumento dell’IVA dovrà per forza di cose far introitare allo stato più entrate di quelle che ne verranno perse con il taglio del cuneo fiscale, dato che al netto il governo dovrà abbassare il rapporto deficit/pil all’1,2% nel 2018 dal 2,1% atteso per quest’anno. (Leggi anche: Aumentare l’IVA per tagliare le tasse sul lavoro, ricetta Padoan per il disastro)

Spesa pubblica continua a correre

Il dibattito sembra avvenire in un paese, dove non vi sarebbero alternativa allo spostamento di un balzello da una voce all’altra delle entrate statali. Invece, Unimpresa ha esaminato il Def dell’11 aprile scorso, scoprendo che entro i prossimi tre anni, la spesa pubblica italiana aumenterà di 45 miliardi rispetto ai livelli del 2016. ovvero del 5,4%. E oltre la metà di tale incremento sarà assorbito per l’ennesima volta dalle pensioni, la cui spesa è attesa in aumento di 26,4 miliardi nel quadriennio 2017-2020, pari al 10,1% dei livelli dello scorso anno. Gli stipendi pubblici cresceranno, invece, di poco, ossia di appena 2,6 miliardi (+1,6%). Seguono con +8,4 miliardi (+11,1%) la spesa assistenziale e con +6 miliardi (+5,4%) quella dedicata alla sanità. (Leggi anche: Spesa pubblica al 60% del nostro reddito, siamo dipendenti dallo stato)

In tutto, la spesa pubblica dovrebbe schizzare a 874,2 miliardi nel 2020, a causa di 45,5 miliardi in più di spesa corrente e di 600 milioni in meno di investimenti. Servirebbe sostenere questi ultimi e tagliare la prima, ma tant’è. E dire, che il governo snocciola numeri fin troppo ottimistici sugli interessi sborsati dall’Italia per il debito pubblico accumulato. Questi dovrebbero pesare sul bilancio statale solamente per 4,8 miliardi in più del 2016 al 2020. Evidentemente, nel redigere il Def, Padoan ha finto di prevedere rendimenti stabili per i nostri BTp e una politica monetaria della BCE invariata fino alla fine del decennio, condizioni prive di ogni attendibilità.

Serve contenere la spesa pubblica, non aumentare (ancora) le tasse

Considerando che nel quadriennio in corso dovrebbe arrivare a scadenza il 60% del debito al 31 dicembre scorso, anche solo immaginando una situazione iper-favorevole di un aumento medio dei rendimenti lungo l’intera curva di appena lo 0,25% all’anno, l’esborso a carico dello stato sarebbe di 4 miliardi in più. Si tenga presente che già oggi i rendimenti a 10 anni dei BTp viaggiano su rendimenti doppi rispetto a quelli di metà agosto 2016. (Leggi anche: Debito pubblico, austerità vera con aumento dei tassi)

La spesa pubblica corre e a gonfiarla sembrano sempre le stesse voci: pensioni e interessi sul debito pubblico. Servirebbe una politica per il loro contenimento ben più efficace di quella messa in atto malamente con la riforma Fornero dal 2012 per le prime, mentre sul secondo si dovrebbe finalmente passare dalle parole ai fatti, trovando una strategia per abbatterlo con un maxi-piano di privatizzazioni da un lato ed evitando di fare altri debiti dall’altro. La risposta della maggioranza, invece, sembra la stessa di sempre: qualche tassa da qua mettiamola là.

Aumento IVA significa tagliare i consumi interni

Se l’obiettivo fosse il rilancio della domanda interna, non sembra una mossa coerente quella di stangare i consumi, pur sgravando un po’ i redditi da lavoro, dati i livelli insopportabili che hanno raggiunto sia l’IVA che le aliquote Irpef. Se, invece, si punta a stimolare l’occupazione, di certo non avrà inviato buoni segnali alle imprese un governo, che per non confrontarsi con gli elettori sull’annunciato referendum, ha preferito irrigidire nuovamente la normativa sulle assunzioni, ponendo fine ai voucher.

D’altronde, teniamo in mente le parole di Padoan nel giustificare lo scambio tra IVA e cuneo fiscale: “equivarrebbe a una svalutazione interna”. Ha ragione, perché aumentare l’IVA di diversi punti per abbattere di una miseria (di questo si tratta!) le tasse sul lavoro significa sacrificare i consumi interni, migliorando così la bilancia commerciale italiana, non per via di un aumento delle esportazioni, bensì di un abbattimento delle importazioni. Con parole meno cruente, è il ragionamento del Prof Mario Monti, allorquando si accingeva a varare il Decreto “salva Italia”, che i contribuenti italiani ricordano con un nome meno entusiasmante: “serve distruggere la domanda interna”. Obiettivo raggiunto! (Leggi anche: Consumi famiglie italiane attesi deboli)

 

 

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Argomenti: clausole di salvaguardia, Crisi economica Italia, Economia Italia, Matteo Renzi

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