Aumenti IVA, 6 mesi per evitare la stangata: il nuovo governo ce la farà?

Il nuovo governo avrà meno di sei mesi per cercare di sventare il rischio di un maxi-aumento dell'IVA. Sarebbe il colpo definitivo a un'economia collassata e in cui il rischio povertà al centro-nord, in particolare, si è impennato nell'ultimo decennio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il nuovo governo avrà meno di sei mesi per cercare di sventare il rischio di un maxi-aumento dell'IVA. Sarebbe il colpo definitivo a un'economia collassata e in cui il rischio povertà al centro-nord, in particolare, si è impennato nell'ultimo decennio.

Cercarsi 12,4 miliardi di euro. Facile a dirsi, difficile a farsi, specie se si ha poco tempo a disposizione. Bisogna fare in fretta, perché in assenza di coperture, l’Italia dovrà alzare dall’anno prossimo l’aliquota IVA più alta dal 22% al 24,2% e quella intermedia dal 10% all’11,5%. In teoria, già con il Documento di economia e finanza (Def) da varare entro il 10 aprile e da presentare alla Commissione europea entro il 30 aprile, il governo uscente (inverosimile che vi sia per allora un nuovo governo nel pieno dei poteri) dovrebbe fornire a Bruxelles indicazioni sulla prossima legge di Stabilità, all’interno di una programmazione triennale. In realtà, per nostra fortuna, ci sarà più tempo a disposizione.

Il vice-presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha avanzato l’ipotesi di concederci qualche mese in più e ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha parlato di “quadro tendenziale” per descrivere il Def a cui il governo sta mettendo mano in questi giorni, nel quale non vi saranno programmi, spiega, ma cifre relative all’andamento tendenziale macroeconomico dell’Italia sulla base delle variabili esogene. Per essere chiari: il documento conterrà cifre a legislazione vigente, che non rifletteranno i reali mutamenti di politica economica eventualmente apportati dal nuovo esecutivo.

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Il vero banco di prova per il prossimo premier sarà a settembre, quando bisognerà mettere mano alla legge di Stabilità 2019, quella che conterrà davvero le cifre sulle entrate e le uscite fiscali per l’anno prossimo. In teoria, per allora dovrebbe esserci il nuovo governo, anche se lo stallo che da sei mesi vive la Germania non autorizza a facili previsioni. E il vero rischio consiste nell’avere un governo probabilmente privo di una reale rappresentanza parlamentare, una sorta di figlio di nessuno per il caso di esecutivo di scopo o istituzionale sorretto da tutti i partiti. Come e con quali coperture potrebbe evitarci la stangata dell’IVA?

Il contraccolpo sui consumi

Confesercenti lancia l’allarme, se le aliquote IVA fossero portate in 2 anni rispettivamente al 24,9% e 13%, secondo quanto prevedono oggi le clausole di salvaguardia, ciascuna famiglia verrebbe gravata da 791 euro all’anno e nell’arco di 3 anni, i consumi si ridurrebbero di 23 miliardi, ovvero dell’1,1-1,2% del pil. Quale ripresa possibile con la contrazione della domanda interna, quando con ogni probabilità nei prossimi anni dovremmo fare parzialmente a meno anche delle esportazioni con un cambio più forte? E non stiamo nemmeno mettendo in conto il contraccolpo sui consumi interni derivanti da tassi in crescita e rincaro del petrolio.

Se c’è una cosa che il governo che verrà non potrà permettersi in alcun modo di fare è indisporre ulteriormente l’elettorato. La maggioranza assoluta degli italiani ha votato il 4 marzo scorso per formazioni euro-scettiche, mentre quelle vicine a Bruxelles entrate in Parlamento hanno raccolto appena un terzo dei consensi. Aumentare l’IVA per l’ottusità con cui la UE si ostinasse a non concederci alternative preluderebbe a un divorzio vero e proprio tra italiani e istituzioni comunitarie. Ne sono consapevoli tutti, commissari compresi, che non a caso stanno evitando il più possibile di intervenire sull’esito elettorale italiano, limitandosi ad auspicare un nuovo governo in tempi brevi.

Nel frattempo, la Banca d’Italia ha pubblicato dati in chiaroscuro sulla ricchezza delle famiglie italiane nel 2016, trovando che i redditi risultano cresciuti mediamente del 3,5% rispetto al 2014, ma restando dell’11% più bassi rispetto al picco pre-crisi. Un dato che salta all’occhio è l’aumento del rischio povertà dal 19,6% del 2006 al 22,9% del 2016, inteso come ritrovarsi con un reddito fino al 60% di quello medio nazionale, che 2 anni fa era di 30.700 euro a famiglia.

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Rischio povertà in calo solo tra i pensionati

Analizzando le cifre per età, professione e area geografica, si scopre che l’aumento maggiore è stato registrato per le persone tra i 35 e i 45 anni (dal 18,9% al 30,3%), mentre tra gli over 65 risulta sceso dal 20,2% al 15,7%. Colpita anche la fascia degli under 35 con un rischio povertà al 29,7%, in netto aumento dal 22,6% del 2006. Successivamente ai 45 anni di età del capofamiglia, invece, si assiste a un suo declino costante. E al sud, l’incidenza è rimasta inalterata al 39,4% (dal 39,5% del 2006), mentre al nord è esplosa dall’8,3% al 15% e al centro dal 9,7% al 12,3%. Infine, tra i pensionati scende in 10 anni dal 19% al 16,6%, mentre tra gli autonomi passa dal 14,6% al 19,5%, così come tra i lavoratori dipendenti dal 18,4% al 21,2%.

Queste cifre smentirebbero parzialmente l’analisi prevalente del voto al sud, che sarebbe avvenuto in favore del Movimento 5 Stelle per il profondo malessere sociale vissuto. Se da un lato è vero, salta agli occhi dai dati come non vi sarebbe stata una crescita della povertà nell’arco del decennio, in quanto essa si attestava già a livelli altissimi un decennio prima. Al contrario, proprio il nord ha subito un peggioramento e in misura minore anche il centro. Se nel 2006 il rischio di povertà era di 4,8 più alto al sud rispetto al nord e di 4,1 rispetto al centro, nel 2016 era rispettivamente di 2,6 e 3,2 volte maggiore. In termini relativi, il centro-nord dell’Italia starebbe meridionalizzandosi, un fatto che dovrebbe allarmarci, trattandosi del cuore pulsante del sistema produttivo nazionale. E senza di esso, i problemi già gravi del sud tenderanno a peggiorare, se dovesse scatenarsi una guerra tra aree geografiche sulla gestione delle risorse.

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Cosa c’entra tutto ciò con le clausole di salvaguardia? Apparentemente nulla, nei fatti tutto. Se il nuovo governo non fosse nelle condizioni di fermare la follia dei maxi-aumenti dell’IVA o se non ne avesse proprio voglia, magari trincerandosi dietro a qualche formula istituzionale stanca, il Paese rischia di saltare in aria. Quelle cifre ci paventano il rischio che a ribellarsi siano gli autonomi, come i dipendenti, nonché giovani e giovanissimi, che hanno visto arretrare le proprie condizioni di vita nell’ultimo decennio.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Economia Italia

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