Aumenta il risparmio, ma la patrimoniale sui depositi bancari non si può fare

Lo Stato vorrebbe mettere le mani sui conti correnti degli italiani. Ma un prelievo forzoso farebbe collassare il sistema bancario col rischio di rivolte di aziende e imprenditori

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Lo Stato vorrebbe mettere le mani sui conti correnti degli italiani. Ma un prelievo forzoso farebbe collassare il sistema bancario col rischio di rivolte di aziende e imprenditori

Aumenta il risparmio degli italiani. E’ l’effetto della crisi dei consumi e delle incertezze per il futuro che ormai dura dal lontano 2008, da quando in USA scoppiò la crisi dei mutui subprime. L’accumulo di depositi bancari da parte delle famiglie italiane non è un fenomeno isolato ed eccezionale, dato che storicamente rappresenta l’effetto dei periodi congiunturali e affligge tutte le economie, a partire da quelle più ricche.

Gli italiani parsimoniosi, tuttavia, presentano una spiccata tendenza a risparmiare più di altri concittadini europei, dove l’indebitamento pubblico è minore di quello privato. Così, da un’analisi del Centro Studi Unimpresa emerge che in un solo anno sono cresciuti di ben 29 miliardi di euro i risparmi depositati in banca, pari a un aumento del 2,77%. Nel dettaglio a dicembre 2013 risultano pari a 1.063,68 miliardi di euro i salvadanai finanziari delle famiglie e delle imprese rispetto ai 1.035,03 miliardi di fine 2012. Nell’arco di dodici mesi l´aumento complessivo delle riserve di imprese, famiglie, fondi, assicurazioni, onlus e intermediari finanziari risulta pari a 21,1 miliardi di euro (+1,50%).

 

Una patrimoniale per non fallire?

 

debito pubblico

Di fronte a questi  numeri non si capisce come il settore bancario italiano sia in profonda sofferenza e come lo Stato italiano abbia il debito pubblico più grande del mondo, dopo Stati Uniti e Giappone. Un debito che nessuno è riuscito finora a tagliare e nemmeno ci ha provato per non urtare tutti quegli interessi che si annidano nelle varie corporazioni e lobby di cui l’Italia è ben nutrita. Si pensa con insistenza, quindi, di risolvere il problema con una bella patrimoniale che taglierebbe la testa al toro, senza però risolvere il problema strutturalmente. Dal punto di vista empirico vi sono tre soluzioni per abbattere il debito pubblico di uno stato: il default, la svalutazione e la patrimoniale. Tutte e tre sono soluzioni che risolvono il problema al momento, ma che alla lunga, in assenza di riforme, non servono a nulla. Per l’Italia, inoltre, nessuna delle tre soluzioni è proponibile. Il default è impensabile all’interno dell’eurozona (non c’è stato per la Grecia, figuriamoci se ci sarà per l’Italia), così come la svalutazione poiché il nostro paese non ha più sovranità monetaria.

Resterebbe la patrimoniale, per esclusione, ma anche questa è di fatto impossibile.

 

Ecco perché la tassa patrimoniale non si può fare

 

La patrimoniale darebbe fiato alle casse dello Stato solo per un breve periodo poiché, in assenza di quei tagli alla spesa pubblica e alla burocrazia, il debito tornerebbe a crescere. Lo si è visto nel 1992 quando il governo Amato impose un prelievo forzoso sui conti correnti (che allora erano ben corposi) per fare cassa. [fumettoforumleft]Non servì a nulla e tre anni dopo i nodi tornarono al pettine. Ma una tassa patrimoniale una tantum farebbe più che altro gli interessi  di chi detiene il debito pubblico italiano, costituito prevalentemente da titoli di stato: banche e istituzioni finanziarie straniere che vedrebbero maggiormente garntiti i loro investimenti. Non solo. Gli effetti sarebbero devastanti, perché s’innescherebbe una fuga incontrollata di capitali all’estero e una corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori. Si perderebbe inoltre la fiducia verso le istituzioni, già nell’occhio del ciclone per via degli sprechi e delle inefficienze della pubblica amministrazione. Per finire, va detto che la patrimoniale è già stata istituita dal governo Monti con l’introduzione dell’IMU, il prelievo percentuale sulla consistenza dei depositi bancari e postali, oltre all’inasprimento delle imposte sulle cosidette rendite finanziarie e capital gain.

 

La patrimoniale la pagherebbero soprattutto gli imprenditori

 

tassa

Un altro motivo per cui la patrimoniale non può essere applicata riguarda la distribuzione del risparmio. Secondo lo studio di Unimpresa, basato su dati della Banca d’Italia, la crescita dei depositi bancari non riguarda tutti i comparti. A salire con decisione sono i depositi delle aziende (+6,96%) che sono passati da 188,55 miliardi a 201,68 miliardi (+13,12 miliardi) e quelli delle imprese familiari, saliti da 43,06 miliardi a 44 miliardi (+2,20%). Le riserve delle famiglie risultano invece in crescita solo dell’1,83%, di 15,52 miliardi: a dicembre 2012 i depositi erano a quota 846,48 miliardi e un anno più tardi sono schizzati a 862,00 miliardi.

Cosa significa questo? Significa che verrebbero colpite in particolar modo le attività produttive, i conti aziendali e solo in misura minore le famiglie o i risparmiatori privati. Ne deriverebbe un enorme danno al tessuto imprenditoriale e produttivo del paese, già in profondo affanno.

 

La soluzione? Tagliare pensioni e stipendi pubblici

 

dipendenti pubblici

Dal punto di vista finanziario, è più probabile che si possa arrivare a una rinegoziazione dei titoli di stato, almeno quelli emessi a partire dal 2013 che nel regolamento contengono speciali clausole che permetterebbero una ridefinizione di tassi e scadenze al verificarsi di determinate condizioni di criticità. Una modifica normativa introdotta dal governo Monti per preservare i conti pubblici di fronte a rovinose ricadute dei rendimenti sui titoli di stato, ma che di fatto spalanca le porte a future quanto probabili iniziative per rinegoziare i BTP. Dal punto di vista economico, invece, la soluzione più logica ed efficiente sarebbe quella di abbattere le spese statali. A cominciare dalle pensioni sopra una certa soglia, come avvenuto in Portogallo o in Grecia, per finire con gli stipendi dei dipendenti pubblici, sempre sopra una certa soglia, che rappresentano un’eccezione (oltre che una vergogna) nel panorama europeo. Sprechi e inefficienze sono ancora innaffiati con denaro pubblico. E non è solo la classe politica a sprecare, ma anche e soprattutto gli enti pubblici, spesso inutili, quelli che il commissario alla spending review Carlo Cottarelli ha preventivato di chiudere. A proposito, dov’è finito il suo programma?

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