Attacco USA in Siria: le 3 vere ragioni per cui Trump ha lanciato missili contro Assad

L'attacco missilistico degli USA di Donald Trump contro la Siria di Bashar al-Assad è frutto di tre ragioni su ogni altra. E una di questa ha a che vedere con la politica interna americana.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'attacco missilistico degli USA di Donald Trump contro la Siria di Bashar al-Assad è frutto di tre ragioni su ogni altra. E una di questa ha a che vedere con la politica interna americana.

L’attacco militare USA contro obiettivi specifici in Siria del governo di Bashar al-Assad segna il primo atto realmente rilevante in politica estera, ma non solo, dell’amministrazione Trump. Dopo avere ricercato e invocato una soluzione concordata con la Russia di Vladimir Putin, il presidente americano sembra avere ri-orientato la sua linea sul Medio Oriente in maggiore continuità con le posizioni recenti di Washington. Ma siamo davvero dinnanzi a una svolta, a un tradimento dei propositi sventolati in campagna elettorale?

Esistono tre principali ragioni, per le quali Donald Trump avrebbe ordinato la notte tra giovedì e venerdì scorsi il lancio di 59 missili cruise contro il regime siriano. Due di esse afferiscono alla politica estera, ma una, e neppure la meno importante, ha a che fare proprio con le vicissitudini interne agli USA. (Leggi anche: La reazione dei mercati all’attacco militare USA in Siria)

Il messaggio a Putin

1)  Attaccando Damasco, Trump ha lanciato un messaggio al Cremlino: l’America farà parte del tavolo delle trattative per il dopo-Assad. E’ verosimile, infatti, che non sia l’attuale dittatore a reggere le sorti del suo paese dopo la fine della guerra. Questo lo sanno persino a Mosca, dove non si esclude che Putin stesso ne abbia già dato per scontata la rimozione. Assad non può guidare la fase post-bellica essenzialmente per due motivi: è screditato sul piano internazionale per la brutalità con la quale ha represso sin dal Venerdì Santo del 2011 le proteste contro il suo regime; non ha la forza militare e il supporto popolare sufficienti per controllare l’intero territorio siriano, essendosi acuite anche le divergenze religiose in seno al paese. Si rammenta, a tale proposito, che egli appartiene alla minoranza alawita, pari ad appena un decimo della popolazione contro il 65% sunnita.

Trump e Putin sanno, quindi, che servirà una nuova figura a guidare la ricostruzione, preferibilmente non legata all’estremismo islamico, ma che abbia anche il consenso del mondo islamico-moderato, guidato da Turchia ed Egitto, con il benestare di Israele. I missili di tre giorni fa sarebbero, se non una sceneggiata in senso stretto, qualcosa di non molto dissimile. Casa Bianca e Cremlino sono meno lontani di quanto vogliano apparire sulla gestione del dopo conflitto. Semmai, Trump ha segnalato a Putin che sarà della partita alla pari, cosa fino a qualche giorno fa non scontata, dato che l’America di Obama si era sostanzialmente lavata le mani del caso Siria-ISIS, lasciando che se ne occupassero gli altri attori dello scacchiere mediorientale; (Leggi anche: Petrolio, previsioni incerte su Trump e ISIS)

Dalla Corea del Nord agli affari interni

2)  Nemmeno troppo casualmente, Trump ha lanciato un avvertimento alla Corea del Nord di Kim Jong-Un, mentre riceveva nel suo golf resort di Mar-a-Lago in Florida il presidente cinese Xi Jinping, sul quale ha fatto pressione sin dall’inizio della settimana scorsa, affinché risolva una volte per tutte il caso di Pyongyang, una seria minaccia nucleare contro l’intera area del nord-est asiatico, tra cui Corea del Sud e Giappone, alleati storici di Washington. Già in un’intervista rilasciata al Financial Times, il presidente americano aveva avvertito che potrebbe fare da sé, ma con l’attacco ad Assad ha reso più credibile il suo possibile intervento contro l’uso di altre armi chimiche-nucleare da parte regime filo-stalinista; (Leggi anche: Kim Jong-Un lancia un altro missile, ma Corea del Nord rischia collasso)

3)  Nel giro di poche ore, Trump è riuscito a ricompattare il Partito Repubblicano, dopo lo scivolone di due settimane fa, quando non era stato in grado di cancellare l’Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal suo predecessore, a causa dell’opposizione di una parte della sua stessa maggioranza, quella più conservatrice, che ha promesso battaglia anche sulla riforma fiscale, temendo che la Casa Bianca voglia tagliare le tasse e aumentare la spesa in infrastrutture in deficit. Uno dei repubblicani più critici contro il presidente, John McCain, ha definito giusto l’intervento in Siria dopo lo sgancio di armi chimiche da parte di Assad contro la popolazione civile, mentre il venerdì mattina Mark Meadows, dichiarava che “quasi tutti i membri” dell’ala conservatrice del partito che presiede, il cosiddetto Freedom Caucus, potrebbero votare il nuovo schema di riforma della sanità, come proposto nuovamente da Trump negli ultimissimi giorni. (Leggi anche: Mercati nervosi per sconfitta di Trump sull’Obamacare)

Tra i repubblicani sembra tornata la disciplina

59 missili Tomahawk sarebbero stati sufficienti a mettere in riga i repubblicani più riottosi, che avendo ottenuto una bandierina da sventolare alla propria base, adesso potrebbero concedere qualcosa all’amministrazione sulla politica interna, compreso il “Muslim ban”, il divieto di ingresso dei cittadini di 6 paesi a maggioranza islamica, voluto da Trump per ragioni di lotta al terrorismo. Un frutto immediato di questo apparente riposizionamento nello scacchiere mediorientale, la Casa Bianca lo ha ottenuto già: la nomina del giudice alla Corte Suprema Federale, Neil Gorsuch, con 54 voti a favore e 45 contrari al Senato.

I repubblicani hanno cambiato le regole in poche ore per superare l’opposizione dei democratici, i quali restavano determinanti, data la necessaria approvazione con un minimo di 60 voti prevista dal regolamento del Senato. Ma su una cosa dovremmo stare relativamente tranquilli: Trump e Putin non si faranno guerra. Dopo le frizioni di questi giorni, in parte solo mediatiche, si siederanno attorno a un tavolo per spartirsi la gestione della Siria. L’unica grande esclusa dalle trattative sarà la UE. E questa non è una novità.

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Economia USA, guerra anti-isis, ISIL-ISIS - Stato Islamico, Presidenza Trump