Attacco finanziario contro l’Italia? Una crisi più grande potrebbe salvarci

Un'altra crisi dello spread come nel 2011-'12 è inevitabile? All'Italia potrebbe servire riuscire a prendere tempo, anche poco.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Un'altra crisi dello spread come nel 2011-'12 è inevitabile? All'Italia potrebbe servire riuscire a prendere tempo, anche poco.

Si è allentata un po’ la tensione sui BTp, che rendono anche oggi in area 2,95%, nettamente meno del 3,10-12% a cui si erano portati fino all’altro ieri. Anche la scadenza a 2 anni rende poco più dell’1%, circa una quindicina di punti base in meno, segno che la febbre sia scesa, ma certamente non se n’è andata, considerando che la Spagna offre la metà per i suoi decennali e il Portogallo circa 120 bp in meno. La buona novella l’ha portata l’altro ieri Moody’s, annunciando il rinvio della sua revisione del rating sovrano italiano a dopo la presentazione della legge di Stabilità per il 2019. Significa che i mercati avranno 1-2 mesi di tempo prima di capire se contro l’Italia sarà inevitabile sferrare un attacco finanziario. Ma sarebbe davvero solo questione di tempo? Cosa cambia per gli investitori che Moody’s comunichi la sua decisione nei prossimi giorni o a fine settembre/ottobre?

Il mercato teme il giorno del giudizio per i BTp, rischio rating “spazzatura”

I tempi sui mercati potrebbero essere tutto stavolta. Qual è la narrazione prevalente e che noi stessi di Investire Oggi prendiamo per buona in questa fase? L’Italia, aldilà delle tensioni politiche attorno al governo euro-scettico di Lega e 5 Stelle, sarà tra le principali vittime della “normalizzazione” graduale della politica monetaria, non potendo più dai prossimi mesi beneficiare degli acquisti dei BTp da parte della BCE e dovendo fare i conti con rendimenti sovrani più alti anche a seguito del rialzo atteso dei tassi. Essendo il nostro uno stato molto indebitato, la lievitazione dei costi per rifinanziaci sui mercati graverà su conti pubblici già deboli, facendo saltare il banco.

L’impasse di Fed e BCE

Tutto vero, se non fosse che da qui alle prossime settimane l’attenzione del mondo potrebbe spostarsi altrove, facendo venire meno i presupposti su cui si basa detta narrazione. Gli stimoli monetari non sarebbero più necessari dai prossimi mesi nell’Eurozona, grazie a una ripresa dell’inflazione verso il target e a una crescita economica accettabile. L’America ha iniziato ad avviare il “tapering” dalla fine del 2013, essendo uscita dalla crisi economico-finanziaria ben prima di noi e oggi ha già tassi al 2%, nonostante quelli “neutrali”, ossia dall’impatto nullo sulla crescita, dovrebbero attestarsi al 3% per le stime degli analisti. E lunedì è uscita la notizia che il presidente americano Donald Trump, nel corso di un incontro a porte chiuse con diversi donatori del Partito Repubblicano, avrebbe inveito contro il governatore della Federal Reserve, auspicando che la smetta di alzare i tassi USA, allentando la politica monetaria come nelle altre principali economie del pianeta.

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In realtà, la Fed stessa sarebbe da mesi divisa tra la necessità di non alimentare ancora la bolla finanziaria e di evitare un surriscaldamento eccessivo dei prezzi e quella non meno avvertita di evitare di provocare una recessione dell’economia americana con tassi relativamente molto più alti che nel resto del mondo avanzato. Il “super dollaro” colpisce le esportazioni e favorisce l’import, aggravando il deficit commerciale e, a detta della Casa Bianca, “rubando” posti di lavoro agli americani. Difficile, però, che con un pil cresciuto del 4,1% nel secondo trimestre e un’inflazione da mesi sopra al 2% la Fed riesca a giustificare oggi una pausa per la sua stretta iniziata quasi tre anni fa. La stessa BCE non avrebbe più argomentazioni con cui eventualmente continuare con la politica del “cheap money”, nonostante essa per prima percepisca i rischi di un’uscita dall’accomodamento per un’area così composita ed esposta a tensioni politiche, oltre che finanziarie.

La crisi delle economie emergenti

Serve la giusta causa per proseguire con le stamperie ed evitare di alzare (ancora) i tassi. Quale? Se uscissimo fuori dalla nostra dimensione di ragionamento nazionale o tutt’al più continentale, ci accorgeremmo che di ragioni per stare in allerta ve ne sarebbero. La crisi turca è esplosa in tutta la sua virulenza e rischia di lambire anche il sistema del credito europeo, esposto per 265 miliardi di dollari. Prestiti, che andrebbero in fumo con un crollo della lira ormai nell’ordine del 40-45% solo quest’anno, a seconda della seduta. Ankara è a quattro passi da noi, ma altre economie emergenti più lontane e ugualmente dal forte impatto per il resto del mondo stanno vivendo momenti non facili. L’Argentina è una di queste. A maggio ha dovuto capitolare, a seguito del crollo del cambio, chiedendo e ottenendo aiuti per 50 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. Crisi rientrata? Manco per sogno. Il peso continua a indebolirsi e adesso viaggia a un cambio di 30 contro il dollaro, quando a inizio anno stava sotto 19.

La crisi turca e il rischio di un ‘effetto Tequila’

Il Brasile sarebbe la prossima vittima dei mercati. La prima economia sudamericana andrà ad elezioni in ottobre e i sondaggi danno in testa tra i candidati alle presidenziali l’ex presidente Lula, in carcere da mesi per una condanna su un caso di corruzione, per cui non potrà nemmeno correre. Escludendolo dalle rilevazioni, il favorito sarebbe Jair Bolsonaro, noto anche come il Trump brasiliano. L’uomo ha posizioni di destra radicale e i mercati sono tesi per la prospettiva che davvero possa guidare il paese. Lo scenario più temuto, tuttavia, sarebbe quello di una vittoria del Partito dei Lavoratori, capace di far sprofondare il real del 20% o più contro il dollaro. Da tempo il Brasile vive una congiuntura economica difficile, stretto tra conti pubblici dissestati da una spesa incontrollata, assenza di riforme e politiche ostili al business. Il candidato centrista pro-mercato, il governatore di San Paolo, Geraldo Alckmin, si attesterebbe al secondo posto nei sondaggi, ma in un eventuale ballottaggio sembra difficile che riesca ad attirare consensi dalle due ali estreme piuttosto forti.

Sempre restando in Sud America, impossibile non parlare del Venezuela, devastata da una crisi senza precedenti per gravità nella storia moderna. Essa rischia di destabilizzare tutta l’area, se è vero che il Brasile stia chiudendo le sue frontiere al confine per evitare l’ingresso di centinaia di migliaia di persone in fuga per fame. Insomma, l’America Latina brucia, mentre le elezioni politiche di settembre in Svezia potrebbero scardinare il sistema politico con l’ascesa della destra euro-scettica e anti-migranti e quelle regionali in Baviera a ottobre emettere una sentenza di condanna definitiva a carico della cancelliera Angela Merkel, ormai uno zombie nel panorama nazionale ed estero. E che dire dell’Iran, le cui sanzioni USA scatteranno da novembre e che sarebbe sempre più vicina a uno scontro non solo più diplomatico con Trump? Da tenere sott’occhio, poi, anche la questione degli espropri delle terre ai bianchi senza indennizzo nel Sudafrica, visti i precedenti catastrofici nello Zimbabwe.

A caccia della giusta causa

Il quadro d’insieme che vi abbiamo dipinto ci sprona a ritenere che nulla sarà scontato nei prossimi mesi sul piano della politica monetaria. Del resto, nella primavera del 2011 la BCE aveva iniziato ad alzare i tassi, salvo qualche mese dopo ingranare la marcia indietro e assumere tutt’altra direzione sull’esplosione della crisi italiana e l’attacco all’euro. Pertanto, diventa essenziale per l’Italia stavolta riuscire a guadagnare tempo, anche pochissime settimane. Pur confermando tutte le criticità temute dai mercati, Roma se la caverebbe nel caso in cui contestualmente o persino prima del varo della legge di Stabilità, Fed e BCE dovessero trovarsi costrette a ripensare alla loro politica sui tassi. Se le tensioni internazionali dovessero montare e degenerare, Francoforte a fine ottobre (qualche giorno prima della deadline indicata da Moody’s per la revisione del rating) arriverebbe a comunicare un’estensione del QE, cosa che beneficerebbe particolarmente proprio i BTp. Ma già prima verrebbero lanciati segnali, attraverso le dichiarazioni a titolo personale degli esponenti del suo board, sempre che tali rischi esterni si materializzassero.

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Ad essere onesti, sembra che i principali governatori centrali siano alla ricerca proprio di quella giusta causa che consenta loro di rimangiarsi la parola su tassi e stimoli senza perdere la faccia e la fiducia dei mercati. State certi che da qui a breve sposteranno l’attenzione sul resto del mondo. Jerome Powell dovrà farlo per non compromettere la più lunga congiuntura positiva dell’economia americana, Mario Draghi per evitare che un eventuale attacco finanziario contro l’Italia provochi la scomparsa dell’euro. Ogni “bad news” sarà una buona notizia per le banche centrali, tanto si sono spinte oltre da non riuscire più a tornare indietro.

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