Attacco all’Italia, cosa c’è dietro la crisi

Gli Stati Uniti complottano contro la moneta unica perchè agli Usa fanno più comodo le deboli divise europee dell'Euro. L'Europa si sarebbe potuta salvare da questo gioco al massacro solo se avesse avuto il coraggio di creare una corazza politica e sociale forte. Non lo ha fatto

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli Stati Uniti complottano contro la moneta unica perchè agli Usa fanno più comodo le deboli divise europee dell'Euro. L'Europa si sarebbe potuta salvare da questo gioco al massacro solo se avesse avuto il coraggio di creare una corazza politica e sociale forte. Non lo ha fatto

Il prestigioso quotidiano finanziario Wall Street Journal ha attaccato lo scorso martedì l’Italia e il suo governo, con la prima definita “moribonda” e il secondo incapace di risolvere i problemi dello stato, malgrado ce l’abbia messa tutta. L’articolo del WSJ tradisce una linea di pensiero pessimista della stampa anglosassone sulle capacità dell’Italia e dell’intera Europa di affrontare i nodi della loro crisi. Ma trattandosi degli stessi quotidiani, da cui un anno fa è partito l’attacco concentrico e mediatico contro il Belpaese, che portò prima alla caduta del governo Berlusconi e subito dopo alla nascita dell’esecutivo a guida Mario Monti, queste analisi vanno giudicate quale presa di distanza ufficiale dal premier italiano. Non è affatto un caso che quest’ultimo, noto per il suo aplombe schivo e molto formale, abbia affermato la scorsa settimana di essere rimasto privo della copertura dei poteri forti, che voce di popolo vuole lo abbiano portato a Palazzo Chigi. Il riferimento era essenzialmente al Corriere della Sera e Repubblica, oltre che allo stesso Sole 24 Ore, ma è evidente che lo stesso vale per la grande stampa estera (Monti attaccato dal Wall Street Journal: il vento è cambiato?).  

L’andamento dello spread Btp Bund e i cambi politici in Italia

Ma di preciso, cosa ha fatto cambiare idea ai quotidiani finanziari stranieri su Monti? E c’è dietro altro? Quando Monti arrivò al governo esattamente sette mesi fa, lo spread Btp Bund era intorno ai 570 punti base e l’Italia era oggetto di un attacco fortissimo da parte degli investitori finanziari. Il nostro Paese era sulla lista del prossimo aspirante agli aiuti europei e del Fondo Monetario Internazionale. Vuoi per l’effetto psicologico di un cambio drastico di governo, passato sotto la direzione dei tecnici, vuoi anche per alcune misure adottate dalla BCE (le due aste Ltro Bce), lo spread si restringe fino a un minimo di 268 bp tra febbraio e marzo. Poi, la musica cambia nettamente. Il governo si mostra debolissimo sul fronte politico e dei consensi, con un malcontento popolare crescente di giorno in giorno. L’agenda delle riforme s’impantana sull’articolo 18 e da lì in poi non viene mostrata alcuna azione concreta e riformatrice. I giudizi sul premier italiano iniziano a cambiare, specie quando si evidenzia un ritorno allo spread vicino ai 500 punti base, essendo svanita la corsa agli acquisti dei nostri BTp da parte delle banche. Acquisti necessari fino a fine febbraio, al fine solo di prendere a prestito liquidi da parte della BCE al tasso dell’1%. Insomma, i titoli di stato italiani erano serviti solo a mostrare un collaterale di garanzia a Francoforte. Le aste italiane dei BoT e BTP mostrano rendimenti crescenti e domanda in calo. Il tanto vantato “effetto Monti” non esiste più. Anzi, non era mai esistito. Lo aveva creato ad arte la grande stampa nazionale e internazionale, la stessa che lo smonterà qualche mese dopo.  

Crisi Italia: Roma viene dopo Madrid

La Grecia e la Spagna vacillano e l’Italia viene considerata il prossimo obiettivo da abbattere. L’economia italiana è in recessione, la politica non gode del benché minimo sostegno degli elettori e le tensioni sociali montano. E allora fuga dai nostri bond pubblici e impennata di sfiducia tra i partner europei, con il ministro delle Finanze austriaco, Maria Fekter, che arriva ad affermare che non sarebbe escluso che l’Italia debba richiedere aiuti esterni (Aiuti all’Italia: da Monti scatto d’orgoglio o nervi tesi?). Gaffe o meno, segna la sconfitta del governo Monti e l’inizio di una fase di accelerazione della crisi dell’Eurozona. Persino il direttore generale Christine Lagarde, ex ministro delle Finanze di Parigi, ha ribadito la necessità di riforme urgenti, perché l’euro avrebbe solo tre mesi di vita (Tre mesi per salvare l’Euro: le previsioni della Lagarde). Parole molto simili a quelle pronunciate qualche giorno prima dal finanziere George Soros, uno che di speculazione ne capisce più degli altri, perché la fa.  

Uscita Grecia dall’Euro: il grande nodo

L’Eurozona, vista dall’esterno, sembra ormai incapace di salvare sé stessa. 17 stati hanno un’unica moneta, ma poi ciascuno fa a proprio modo. 17 diverse sono le politiche fiscali, del lavoro, sociali. La Grecia potrebbe vedere domenica prossima l’avanzata trionfante della sinistra radicale anti-Memorandum e non esiste alcuna grande istituzione pubblica e privata internazionale che non abbia preparato un piano di emergenza, per il caso (assai probabile) che Atene torni alla dracma e dichiari default. Il salvataggio delle banche spagnole con cento miliardi di fondi europei e tramite l’Esm è stato avvertito quale segno di collasso anche della parte meno periferica della periferia. E qui sta il guaio: se saltano Spagna e Italia, esse saranno troppo grandi per essere salvate. Da qui, il panico. (Euro crisi – Italia dopo la Spagna ?)  

Le lezioni degli Usa all’Europa

Ora, arriviamo al paradosso di avere un presidente americano, nella fattispecie Barack Obama, che “sgrida” l’Europa, perché non avrebbe fatto presto per mettersi al riparo dalla crisi. Il paradosso consiste nel fatto che questa crisi nasce negli USA e proprio dalla grande finanza americana, che negli anni aveva costruito un castello di titoli, basati su un indebitamento crescente delle famiglie americane, a cui il credito era stato concesso a piene mani e a buon mercato, anche con requisiti molto scarsi. Parliamo, appunto, dei titoli “subprime”, quelli che hanno intossicato anche le grandi banche europee, tramite le quali la crisi finanziaria Usa si è trasferita all’economia reale europea.  

Gli Stati Uniti puntano alla fine dell’Euro?

C’è una linea di pensiero, che ritiene che gli attacchi ai titoli di stato (semi-) periferici dell’Eurozona siano frutto di un’azione coordinata di alcuni gruppi finanziari d’Oltreoceano, che mirerebbero alla morte dell’euro. La ragione sarebbe presto detta: l’Eurozona rappresenta il più temibile competitor dell’economia americana, con fondamentali più solidi, per via di un minore indebitamento pubblico e privato, nonché con una ricchezza anche maggiore e con maggiori esportazioni. Attaccare i bond pubblici significherebbe mettere in crisi l’euro e causare il ritorno dei singoli stati alla loro dimensione nazionale e con le vecchie valute, molto meno temibili. Ora, è evidente che queste considerazioni siano del tutto vere, ma è altrettanto indubbio che la sfiducia sui mercati si è scatenata, allorquando gli investitori hanno capito che a fronte di una moneta unica, esistono diverse situazioni contabili e senza che vi sia un coordinamento centrale in grado di difendere un eventuale anello debole della catena. Malgrado l’Eurozona abbia un debito inferiore a quello americano, rispetto al pil, nel suo complesso, esso fa più paura, perché a differenza degli USA, da noi il debito non è centrale, ma risulta dalla somma dei debiti nazionali. E avere una Grecia indebitata al 160% del suo pil e una Germania all’85% circa non crea una media automatica, perché i greci dovranno rifinanziare il loro debito da soli. Da qui, la discriminazione dei bond, l’impennata dei rendimenti su quelli semi-periferici e il crollo di quelli tedeschi. Questa spiegazione, tuttavia, non esclude l’altra. Nel senso che il probabile complotto di alcuni poteri fortissimi della finanza globale è stato reso possibile dalla fragilità e dalle ambiguità su cui l’Eurozona si è retta per un decennio. I finanzieri alla Soros hanno capito che potranno giocare al massacro fino alla morte definitiva dell’euro, perché l’Eurozona non ha una politica comune e il dissenso tra i governi è la loro più grande forza. Alla fine della fiera, non si sa chi avrà avuto più colpe. I finanzieri, certamente. Ma Bruxelles non sarà stata da meno.

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Argomenti: Economia USA, Economie Europa

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