Atlante scarica sugli italiani i pasticci del governo Renzi sulle banche

Il fondo Atlante, nato per salvare le banche italiane, è conseguenza dei pasticci del governo Renzi in materia.

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Il fondo Atlante, nato per salvare le banche italiane, è conseguenza dei pasticci del governo Renzi in materia.

Inizia a comporsi il quadro dei soci del fondo Atlante, nato appena una settimana fa con il fine di mettere in sicurezza le banche italiane contro un rischio sistemico. Già questa affermazione, contenuta nel prospetto depositato alla Banca d’Italia ci fa capire che le rassicurazioni di questi mesi, all’insegna del “va tutto bene, non c’è niente da vedere qui” fossero per lo meno frutto dell’ottimismo. Nelle ultime ore, anche Unipol ha annunciato la sua adesione al fondo, perché il suo ad Carlo Cimbri spiega come il sistema assicurativo italiano abbia il dovere di “salvare il sistema”, non questa o quella banca. Di più: l’uomo ha dato una bordata a quanti avrebbero sottovalutato i rischi di un trasferimento di sovranità nazionale sulle banche. E il dito è chiaramente puntato contro chi governa, che dopo avere fatto approvare in fretta e in furia da un Parlamento euro-entusiasta la nuova disciplina dei salvataggi bancari, il “bail-in”, si è fortemente ricreduto ai primi bombardamenti dei titoli bancari in borsa. Persino la sconquassata MPS potrebbe mettere a disposizione di Atlante 50 milioni, corrispondenti all’1% di quello che probabilmente sarà l’ammontare del capitale complessivo del fondo, sui 5 miliardi. L’imperativo del sistema bancario-assicurativo nazionale è d’obbligo: garantire il successo delle ricapitalizzazioni della Popolare di Vicenza a giorni e dopo di Veneto Banca. La prima è un’operazione di 1,75 miliardi, la seconda di 750 milioni.

La mission di Atlante: salvare le banche

Inizialmente, a garantire la copertura integrale dell’inoptato di Bpvi era stata Unicredit, che con le settimane aveva iniziato a sfilarsi, fiutando il rischio dell’insuccesso e dell’accollo di quote di azioni vicentine difficilmente rivendibili nel breve. Unicredit è tra i principali soci del fondo, ma non solo la sua esposizione è inferiore a quella massima accusabile con un intervento diretto, per giunta il rischio di insuccesso dell’aumento appare ridotto, visto che il mercato è consapevole della garanzia accordata dai “big” delle banche, delle assicurazioni e dalla Cdp, ovvero dal governo. La grande stampa italiana è tutto un plauso scrosciante all’iniziativa sponsorizzata dal governo, quasi si trattasse di una discesa in campo di nuovi “capitani coraggiosi”, in difesa degli interessi pubblici. Abbiamo già esplicato in un precedente articolo quanto poco congruo sia per un investitore privato addentrarsi nei meandri di un salvataggio a condizioni fuori mercato, che non compete a chi ha come finalità principale quella di creare valore per i suoi azionisti. Qui, si sta creando un disvalore, benché si cerchi di mascherare l’operazione come necessaria per salvare sé stessi da un possibile crollo del sistema bancario nazionale.      

Il peccato originale del decreto “Salva banche”

In pochi spiegano, però, che all’origine di questa necessità di “fare sistema” vi sia un imperdonabile errore commesso dal governo Renzi e dalla Banca d’Italia. I due decisero di salvare a fine novembre quattro banche italiane: Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti. In seguito a tale intervento, furono azzerate le azioni e le obbligazioni subordinate di questi istituti e al contempo furono istituiti 4 nuovi enti, ai quali sono stati caricati i crediti in sofferenza per il 17,5% del loro valore nominale. A fronte di 8,5 miliardi di prestiti rischiosi, infatti, questi sono stati valutati appena 1,5 miliardi. Il mercato ha percepito questa maxi-svalutazione delle sofferenze come la spia di un problema più ampio, ovvero del fatto che gli oltre 200 miliardi di crediti lordi a rischio in pancia agli istituti italiani valessero molto meno del 44% del loro prezzo di iscrizione nei bilanci. In altri termini, il mercato ha intravisto nei salvataggi delle quattro banche la conferma che le svalutazioni effettuate nel nostro paese fossero ancora troppo basse, rispetto al valore reale dei crediti a bilancio.

Atlante è frutto di errori del governo Renzi

Da qui, l’ondata di vendita dei nostri titoli bancari (fenomeno, in parte, europeo) e il loro affossamento in borsa. Dal varo del cosiddetto decreto “Salva banche”, ironia della sorte, i nostri istituti hanno “bruciato” a Piazza Affari un terzo del loro valore, recuperando meno del 5% nell’ultima settimana, ovvero dalla nascita di Atlante. Il danno provocato dal governo, però, resta. Vuoi o non vuoi, lo stato ha indirettamente spiegato al mercato che le sofferenze bancarie valgono circa il 25% in meno di quanto stimato dalle stesse banche, ovvero circa -50 miliardi. Per riparare all’errore, è probabile che lo stesso stia assecondando i salvataggi a carico dei privati, attraverso una contropartita (ancora) non dichiarata, come benefici fiscali, cosa che equivarrebbe a scaricare sul contribuente parte delle perdite accusate dal famoso “sistema”. Atlante è, infine, anche la prova di un fallimento dello stesso governo, l’accordo ottenuto a Bruxelles a fine gennaio, che consente allo stato di apporre alle cessioni delle sofferenze la garanzia pubblica. Il funzionamento concreto di tale garanzia è tale, da renderla del tutto priva di una peculiarità incentivante per gli istituti. Ennesimo pasticcio di un esecutivo, che sulle banche ha mostrato un dilettantismo imbarazzante.

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