Aste T-Ltro, fiume di liquidità che non serve alle banche europee e che la BCE deve iniettare

La BCE terrà da settembre un ciclo di 7 nuove aste T-Ltro, con cui inietterà alle banche dell'Eurozona nuova liquidità. Ecco perché è la soluzione sbagliata a un problema serio.

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La BCE terrà da settembre un ciclo di 7 nuove aste T-Ltro, con cui inietterà alle banche dell'Eurozona nuova liquidità. Ecco perché è la soluzione sbagliata a un problema serio.

Saranno 7 le nuove aste T-Ltro, annunciate dalla BCE al board di due giovedì fa e che si terranno con cadenza trimestrale dal prossimo mese di settembre fino al marzo del 2021. Prestiti mirati a sostenere il credito a famiglie e imprese, ad esclusione dei mutui immobiliari, di durata biennale e a tassi d’interesse legati a quello di riferimento dell’istituto per l’Eurozona (refi), ad oggi azzerato.

Potranno essere richiesti dalle banche dell’unione monetaria per un importo massimo pari al 30% degli assets iscritti a bilancio al 28 febbraio scorso e considerati validi allo scopo. Nei due precedenti cicli di aste T-Ltro, la BCE iniettò 1.170 miliardi di euro lordi agli istituti, di cui un quarto a quelli italiani. Tuttavia, non pare che tanta liquidità, erogata a tassi persino negativi, sia servita granché a centrare l’obiettivo: dai 12.700 miliardi di euro risultanti in prestito al settore privato prima dell’avvio di tali aste, oggi siamo arrivati a poco più di 13.400 miliardi. E la vera ripartenza è avvenuta dal 2016, quando l’economia nell’Eurozona ha iniziato a riprendersi con maggiore decisione.

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Formalmente, il terzo “round” si è reso necessario per centrare il target d’inflazione “vicino, ma poco inferiore al 2%”, minacciato dal rallentamento economico in corso nell’unione monetaria, unitamente allo sgonfiamento delle quotazioni del petrolio rispetto ai picchi toccati a inizio ottobre scorso. In realtà, la ragione per cui Mario Draghi avrebbe optato, d’accordo con il resto del board presieduto, a varare questo tipo di stimoli risiederebbe nella percepita necessità di sostenere le banche, colpite proprio dal fiume di liquidità che ha dilagato sui mercati europei negli ultimi 5 anni, a seguito sia dell’azzeramento dei tassi, sia dell’attuazione del “quantitative easing” da ben 2.600 miliardi. In questo momento, la BCE possiede assets a bilancio per circa il 40% del pil dell’Eurozona, il doppio del pur ingente portafoglio della Federal Reserve.

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Questa immensa liquidità riversatisi sul mercato ha provocato il tracollo dei tassi applicati sui prestiti concessi alla clientela.

Ciò è avvenuto anche in fase di raccolta del risparmio, ma in misura parziale. Esiste un limite inferiore o “floor” per gli interessi passivi corrisposti a correntisti, obbligazionisti e depositanti, grosso modo coincidente con lo zero. Nessuno, se non in misura appena sufficiente a mantenere l’operatività di un conto bancario, accetterebbe mai di subire l’imposizione di tassi negativi sulle giacenze depositate allo sportello e verosimilmente le sposterebbe altrove, magari anche all’estero. Pertanto, il margine d’interesse si è ristretto nell’area, a discapito della redditività delle banche, le quali trovano oggi meno conveniente prestare denaro, anche perché i rischi di credito nel frattempo sono aumentati, specie nelle economie maggiormente colpite dalla crisi, come Italia e Grecia, in cui l’incidenza degli Npl sul totale è letteralmente esplosa, attestandosi ancora rispettivamente a sopra il 10% e il 40% del totale dei prestiti.

Non è un mistero che l’enorme liquidità a cui hanno potuto attingere sin dalla fine del 2011 – inizialmente con le aste Ltro, vale a dire prestiti non mirati – le banche italiane e spagnole l’abbiano utilizzata perlopiù per acquistare bond governativi a basso prezzo, maturandovi laute plusvalenze con i rialzi avvenuti negli anni recenti. E così, il portafoglio dei BTp delle banche tricolori è più che raddoppiato rispetto al periodo pre-crisi, facendo comodo al Tesoro, che ha trovato in esse una fonte di domanda robusta e costante. Detto ciò, a cosa serviranno le nuove aste T-Ltro? Difficile credere che la liquidità richiesta fluirà nei bilanci delle imprese e delle famiglie. Con ogni probabilità, si tratta dell’ennesimo espediente testato da Francoforte per impedire che il restringimento eccessivo dei margini d’interesse colpisca i bilanci bancari.

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Le cose stanno andando così: gli stimoli monetari della BCE hanno azzerato i tassi, comprimendo la capacità delle banche di fare utili prestando denaro. Per compensarle della perdita, l’Eurotower offrirà loro nuova liquidità a costi verosimilmente più bassi di quelli sostenuti tramite la raccolta, così da rafforzare i margini, con la speranza che tale fiume scorra verso il settore privato.

A dire il vero, questi mai ha avuto a disposizione così tanto denaro a disposizione e a basso costo come oggi. Qualcuno direbbe che “il cavallo non beve, per cui inutile mettergli davanti ancora più acqua”. In effetti, se i prestiti all’economia reale non stanno decollando come dovrebbero è per due ragioni essenziali: c’è sfiducia tra famiglie e imprese sul futuro; chi richiede denaro alle banche non sempre possiede i requisiti minimi, anzi dopo la crisi del 2008-’09 le condizioni finanziarie dei clienti si sono deteriorate, rendendo più difficile, se non impossibile, l’accesso al credito.

Nuovi stimoli BCE inutili

Se le cose stanno così, inutile che la BCE inietti più liquidità di quanta non ve ne sia già in circolazione. Lo stesso fatto che sui conti bancari italiani siano depositati 1.480 miliardi di euro sostanzialmente infruttiferi dimostra che il problema sia di domanda, non di offerta di capitali. E su di essa non può fare nulla di più la politica monetaria, avendo già raso a terra i tassi per un periodo più lungo di quanto non avessimo tutti inizialmente immaginato. In altri termini, Draghi continua ad aumentare l’offerta di liquidità, quando il problema è la carenza di domanda, almeno di quella soddisfatta. Bisognerebbe agire sulle aspettative del mercato da un lato e migliorare le condizioni macro dall’altro, tutti compiti che non spettano, se non marginalmente, ad una banca centrale. Sarebbero le riforme economiche dei governi a dover offrire risposte, ma queste tardano ad arrivare, anche perché i margini di manovra fiscali sono piuttosto minimi un po’ in tutti gli stati in cui servirebbe stimolare consumi e investimenti, cioè la domanda interna.

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Nel concreto, ammesso che le richieste di nuovi prestiti alle aste saranno elevate, il nuovo fiume di denaro che sta per arrivare alle banche servirà per ripagare i prestiti accesi con il precedente ciclo del 2016-’17 e la cui durata fu fissata in 4 anni.

In parte, poi, verrà accantonato per accrescere le riserve di liquidità ed esibire al mercato una migliorata capacità di assorbimento delle tensioni. Per il resto, acquisti di assets come i BTp con finalità speculative e, infine, noccioline per imprese e famiglie. D’altronde, tassi zero non sono mai espressione di un mercato dinamico, quanto il segno tangibile di una condizione depressa del credito. Se l’Eurozona non può permettersi di sostenere interessi anche solo minimamente positivi, dobbiamo ammettere che siamo dinnanzi a un fallimento bello e buono del mandato di Draghi, che pure ha dato il massimo per evitare che la tempesta finanziaria uccidesse l’euro.

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