Aste del Tesoro molto positive a gennaio: rendimenti in calo, ma emessi titoli corti

Le aste del Tesoro a gennaio sono andate molto bene, con rendimenti in calo e domanda alta. Tuttavia, le emissioni medie sono state a breve scadenza, anche se giustificate da un altro dato.

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Le aste del Tesoro a gennaio sono andate molto bene, con rendimenti in calo e domanda alta. Tuttavia, le emissioni medie sono state a breve scadenza, anche se giustificate da un altro dato.

Con le ultime emissioni di gennaio di oggi, il Tesoro ha completato i collocamenti del debito pubblico per questo primo mese dell’anno, piazzando sul mercato sui 28,6 miliardi di euro, poco meno dell’8% delle emissioni totali attese nell’intero 2019. E i timori della vigilia sono stati allontanati, perché non solo alle aste non si sono registrate tensioni, anzi la domanda è stata sempre abbastanza abbondante e i rendimenti sono diminuiti in tutti i casi.

Che il “mood” fosse positivo lo avevano fatto intuire i BoT 12 mesi collocati il 10 gennaio per 7 miliardi di euro, quando hanno esitato lo 0,285%, in deciso calo dallo 0,37% di dicembre, per non parlare dell’apice che era stato toccato a ottobre, sfiorando l’1%. E la domanda era parsa subito molto robusta, pari a 1,54 volte l’offerta, ossia di 10,8 miliardi.

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Anche i BoT a 6 mesi emessi ieri sono stati un successo, esitando un rendimento medio lordo del -0,025%, tornato negativo per la prima volta dall’aprile scorso, cioè dall’avvio delle trattative tra Movimento 5 Stelle e Lega per formare il nuovo governo. Anche in questo caso, domanda super: 11,8 miliardi, per un “bid-to-cover” di 1,82. C’era attesa anche oggi per i BTp a medio-lungo termine. I decennali hanno reso il 2,60%, 10 punti base in meno di dicembre e i quinquennali ben 30 punti base in meno, attestandosi all’1,49%.

Rendimenti in calo, domanda solida

Tirando le somme, i collocamenti di gennaio hanno esitato un rendimento medio lordo dell’1,13%, per cui peseranno sulle casse del Tesoro la cifra di 324 milioni di euro all’anno. La domanda ha superato l’offerta di 1,53 volte, raggiungendo i picchi ai lati estremi delle scadenze, vale a dire per i BoT a 6 e 12 mesi e i BTpi a 30 anni. Questi ultimi sono stati venduti a un rendimento del 2,27%, che si confronta con l’attuale 3,46% offerto dal BTp a 30 anni con cedola fissa, come se il mercato stesse scontando un’inflazione media in Italia da qui ai prossimi tre decenni dell’1,20% all’anno.

Il tratto della curva che ha riscosso minore successo è quello a medio-lungo termine, con i CcTeu (6 anni) e i decennali ad attirare la domanda più bassa rispetto agli importi offerti dal Tesoro, rispettivamente a 1,29 e 1,30 volte.

Che si sia trattato di un mese molto buono e promettente per le finanze statali lo dimostrerebbe quanto segue: i titoli in scadenza ammontavano a soli 13,95 miliardi di euro. Parliamo solamente di BoT, perché di bond a medio e lungo termine da rimborsare non ve ne erano. Questo significa che, anche supponendo che gli investitori istituzionali, che ai rendimenti attuali azzerati e persino negativi sono diventati ormai gli unici a sottoscrivere i BoT, avessero impiegato tutta la liquidità ottenuta con i rimborsi dei titoli scaduti per acquistarne di nuovi, oltre la metà degli importi collocati sarebbe stata soddisfatta da domanda netta.

Si consideri che a febbraio scadranno bond per 35,75 miliardi, di cui 12,6 miliardi di BoT e 23,14 miliardi di BTp. Ciò implica che, rispetto a gennaio, la domanda potenziale sarebbe ancora più alta, visto che la liquidità che gli investitori nazionali e stranieri incasseranno dai rimborsi dei titoli italiani risulterà quasi triplicata. Ed è molto probabile che le banche, sia italiane che del resto dell’Eurozona, approfitteranno delle emissioni di BoT, in particolare, per acquistare titoli da esibire alla BCE come collaterale di garanzia per quando si terrà la prossima asta T-Ltro, attesa entro giugno.

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Emessi titoli a breve scadenza

E dire che, nonostante i miglioramenti in corso, i rendimenti sovrani tricolori non si sono affatto normalizzati, risultando ben superiori rispetto a quelli dello stesso periodo dello scorso anno, cioè prima della nascita del governo Conte. Come dimenticare, ad esempio, che lo spread BTp-Bund a 10 anni sia doppio di quello spagnolo, pur in calo dai massimi di oltre 330 bp toccati in ottobre? Altro punto di cui tenere conto è la bassa scadenza media dei titoli emessi, pari solamente a 3 anni, quasi 4 in meno rispetto alla durata residua media dello stock di debito da 1.960 miliardi di euro negoziabile sul mercato secondario.

In altre parole, il costo di emissione continua ad abbassarsi a gennaio, ma bisogna anche considerare che nei prossimi mesi il Tesoro dovrà emettere titoli con scadenze ben più longeve e ciò esiterebbe rendimenti medi maggiori, anche scontando un eventuale ulteriore sgonfiamento della curva dei tassi.

In altre parole, alle attuali condizioni finanziarie non sarà possibile continuare a rastrellare denaro sul mercato al costo medio di poco superiore all’1%, se non mantenendo corte le scadenze, cosa che non rientra nei piani del Ministero dell’Economia, anche perché l’allungamento della vita residua del debito è forse l’unico obiettivo costante e condiviso da tutti i governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi 25 anni. Il dato relativamente basso di gennaio, però, avrebbe a che vedere proprio con le scadenze altrettanto contenute dei titoli di stato nel mese e tutte relative ai BoT, cioè a bond di durata massima 12 mesi. In altre parole, la domanda non sarebbe stata in grado di assorbire emissioni molto più lunghe, cosa che dovrebbe accadere dal mese prossimo, quando quasi i due terzi del debito in scadenza sarà relativo a titoli a medio-lungo termine.

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