Assicurazioni italiane colpite dai rendimenti sovrani, quali rischi corrono?

Compagnie di assicurazione in Italia a rischio patrimoniale con i rendimenti negativi dei titoli di stato. Ecco l'allarme suonato dall'agenzia di rating Fitch.

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Compagnie di assicurazione in Italia a rischio patrimoniale con i rendimenti negativi dei titoli di stato. Ecco l'allarme suonato dall'agenzia di rating Fitch.

Le compagnie italiane di assicurazione stanno accusando il colpo derivante dal crollo dei rendimenti dei titoli di stato e alla fine del 2015 hanno ridotto la quantità di assets investiti in questo segmento dal 63% del totale di fine 2014 al 59%. Il picco era stato raggiunto nel 2013 con il 64%.

Considerando che gli attivi complessivi ammontano a circa 700 miliardi, si tratta di un calo di pochi miliardi di euro. In compenso, le stesse compagnie hanno iniziato a spostare gli investimenti in favore dei corporate bond, che adesso ammontano al 26% degli assets totali dal 24% del 2014 e dal 23% del 2013.

Sono i dati resi dall’agenzia di rating Fitch, che nota come questo disinvestimento pur contenuto dal debito sovrano riduca la qualità media del portafoglio delle compagnie assicurative, le quali sarebbero da tempo alla ricerca di rendimenti più accettabili.

I dati si riferiscono al 31 dicembre scorso, ma nel frattempo sui mercati finanziari si è registrata un’evoluzione ancora più negativa dal punto di vista degli assicuratori italiani, perché non solo i rendimenti dei nostri titoli di stato, che rappresentano il 94% del loro portafoglio dei bond governativi, sono scesi in territorio negativo fino alla scadenza dei 3 anni, ma persino il 16% del mercato obbligazionario privato in euro è investito al momento da rendimenti negativi, qualcosa come oltre 400 miliardi di euro.

Patrimonio assicurazioni a rischio qualità

Mediamente, le obbligazioni “investment grade” denominate in euro rendono intorno allo 0,90%, quelle “junk” il 4%. Secondo Fitch, lo spostamento degli investimenti dai titoli di stato alle obbligazioni private potrebbe da un lato alleggerire le elevate esposizioni verso il Tesoro italiano, migliorare la composizione del portafoglio grazie alla diversificazione, ma dall’altro peggiorare i ratios patrimoniali, qualora si utilizzasse come indicatore il Solvency II.

Fitch non prevede un taglio del rating per le compagnie assicurative del nostro paese, anche perché utilizzando un coefficiente patrimoniale alternativo, il Prism, l’impatto di queste operazioni sarebbe ininfluente. Il Prism, infatti, prende in considerazione i rischi legati al debito sovrano, per cui puntare maggiormente sul corporate non esiterebbe un peggioramento dei ratios patrimoniali, a differenza di quanto accade con il Solvency II.

 

 

Rischi da cambio norme su bond sovrani

Che cosa accadrebbe, però, se la regolamentazione europea superasse l’attuale classificazione dei titoli di stato a “rischio zero” e imponesse a banche e assicurazioni di valutarli a bilancio come gli altri assets, ovvero accantonando capitale sulla base del rischio effettivo stimato?

In sostanza, Fitch lancia l’allarme indiretto sull’adeguatezza patrimoniale delle nostre compagnie di assicurazione per i casi di valutazione dei bond sovrani non più a rischio zero. Tali istituti possederebbero quasi 390 miliardi di euro in BTp. Se fossero costrette, per ipotesi, ad accantonare anche solamente l’1% del loro capitale a copertura dei rischi, dovrebbero reperire a bilancio complessivamente 4 miliardi. Si consideri, poi, che l’Italia ha un rating inferiore a quello delle alte principali economie dell’Eurozona, appena un gradino al di sopra del livello “spazzatura”, per cui i rischi formali dalla detenzione dei nostri BTp sarebbero stimati più elevati, richiedendo accantonamenti maggiori che in altri paesi.

Rendimenti negativi spingono a maggiori rischi

Ma c’è un altro allarme suonato dall’agenzia, ovvero che la spinta a ricercare un rendimento minimo, tale da non pregiudicare i margini, possa portare le assicurazioni italiane ad assumersi rischi maggiori e a peggiorare la qualità del loro portafoglio, dovendo di conseguenza anche accantonare maggiori risorse per ragioni prudenziali.

E’ l’ennesima conferma che i tassi negativi nell’Eurozona starebbero provocando un corto circuito, finendo per danneggiare i risparmiatori da un lato e gestori del risparmio dall’altro. A parziale fortuna delle nostre compagnie, i loro investimenti sono caratterizzati da una duration medio-lunga, che le sottrae ai costi derivanti dalla detenzione di titoli con rendimenti negativi.

 

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