Assemblea TIM, il giorno della verità: oggi l’Italia si gioca la faccia, esito non scontato

L'assemblea degli azionisti di TIM oggi segnerà uno spartiacque nella gestione della compagnia e avrà ripercussioni notevoli sul sistema Italia, sceso in campo per arginare la finanza francese.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'assemblea degli azionisti di TIM oggi segnerà uno spartiacque nella gestione della compagnia e avrà ripercussioni notevoli sul sistema Italia, sceso in campo per arginare la finanza francese.

Finalmente, il giorno del giudizio, della verità è arrivato. Dopo mesi di intensa battaglia dentro TIM, la compagnia telefonica tiene oggi l’assemblea degli azionisti, destinata ad avere ripercussioni notevoli non soltanto sull’assetto proprietario della stessa, ma anche sul sistema Italia. All’ordine del giorno c’è il rinnovo del consiglio di amministrazione dopo le dimissioni dei membri vicini a Vivendi, il socio di maggioranza relativa con il 23,94% del capitale. I francesi di Vincent Bolloré sono incalzati dal fondo americano Elliott Management, che con una partecipazione del 9,1% e forte di alleanze con altri fondi azionisti, nonché con la Cassa depositi e prestiti (4,77%), punta a mandare a casa gli attuali soci di riferimento e a ricambiare il board, mantenendo in carica solo l’ad Amos Genish. Puntava a sostituire 6 membri di Vivendi all’assemblea del 24 aprile scorso, ma il giudice ha bocciato la richiesta di integrazione all’odg.

Formalmente, Elliott ritiene che la compagnia possa aumentare di valore con un ricambio dei dirigenti vicini a Vivendi, notando come sotto la loro gestione, le azioni TIM in borsa siano scese del 35%. Il fondo attivista guarderebbe al breve termine, non sarebbe interessato alla gestione, per quanto oggi nominerebbe nel caso di vittoria 15 dei 20 membri del cda, di cui 10 indipendenti. I restanti 5 andrebbero ai francesi.

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Sistema Italia contro Parigi

Decisivo potrebbe risultare il voto della Cdp, entrata nel capitale da appena un mese, con un blitz che sembra essere avvenuto a sostegno del piano di Elliott, nonostante l’ente controllato dal Tesoro non abbia fatto conoscere ancora le sue preferenze. Alla società guidata da Claudio Costamagna sta a cuore che i francesi se ne tornino a Parigi, puntando allo scorporo della rete e alla sua sottrazione al controllo di Vivendi. Per questo, asseconderebbero il fondo USA, che ha esordito la sua scalata in TIM proponendo sia lo scorporo, sia la cessione di gran parte della società di controllo della rete sul mercato, attraverso il meccanismo di assegnazione delle azioni ai soci attuali di TIM e non a TIM stessa.

Tuttavia, forse per tattica, Elliott ha di recente mutato atteggiamento, prima annunciando di non possedere un piano alternativo a quello di Vivendi, successivamente sostenendo che la rete dovrebbe essere grosso modo mantenuta sotto il controllo di TIM. Che sia un modo per non spaventare gli altri fondi esteri, detentori di quasi il 50% del capitale? Sarà, ma qui in gioco c’è la faccia dell’Italia, che per l’occasione sta facendo sistema contro l’azionista francese, in difficoltà con il fermo di Bolloré a Parigi nei giorni scorsi con l’accusa di corruzione per affari in Africa. Il governo uscente, così come i vincitori delle elezioni del 4 marzo scorso (Movimento 5 Stelle e Lega) sono favorevoli alla “cacciata” degli attuali azionisti di controllo e la Cdp è il braccio finanziario con cui il primo vorrebbe ribaltare i rapporti di forza dentro la compagnia.

Con l’assemblea di oggi, Roma avrà modo di replicare all’esproprio di Parigi compiuto ai danni di Fincantieri in Stx appena un anno fa, subito dopo l’elezione di Emmanuel Macron a presidente. Lo farà seguendo le regole del mercato, non in maniera sporca, come l’Eliseo. E sempre oggi in gioco c’è il destino anche di Mediaset, che per il 29,9% si trova nelle mani della stessa Vivendi, sebbene la quota eccedente il 10% sia stata da poco “congelata” in un blind trust per volere delle autorità italiane. Se Bolloré perderà la sfida contro Elliott, probabile che prenderà atto del fallimento della sua campagna d’Italia e sposterà i suoi obiettivi su un qualche altro mercato europeo delle tlc. Viceversa, potrebbe alzare le mire e lanciare un’OPA su Mediaset, tentando di sottrarla al controllo di Fininvest, la holding di casa Berlusconi.

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E se Vivendi oggi vincesse?

In realtà, si potrebbe ragionare all’opposto: perdendo in TIM, a Vivendi non resterà che concentrarsi su Mediaset, cadendo anche le restrizioni imposte da Antitrust e AgCom sulla eccessiva concentrazione in capo allo stesso soggetto di asset sul mercato italiano delle tlc. Inoltre, uscendo gradualmente dal capitale della compagnia, magari approfittando del rialzo delle quotazioni azionarie, che ridurrebbe la minusvalenza sinora virtualmente accusata, disporrebbe delle risorse per finanziare l’offerta rivolta agli azionisti di Cologno Monzese. La sensazione, tuttavia, sembra di un Bolloré costretto a ritirarsi dall’Italia, se battuto da Elliott e Cdp (governo) oggi.

E se i francesi la spuntassero? Sarebbe un disastro d’immagine per le istituzioni italiane. La rete sarebbe ugualmente scorporata e si procederebbe alla sua societarizzazione, ma il controllo di TIM resterebbe in mani sgradite al governo di Roma, che a quel punto inizierebbe ad esercitare in maniera invasiva la “golden power”, i poteri assegnati allo stato da una legge del 2012, in base alla quale il Tesoro potrebbe mettere becco anche in aziende private non partecipate, se strategiche. Roma potrebbe richiedere informazioni continue ai dirigenti TIM sul loro operato e opporsi a misure, che ritenesse mettere in pericolo l’asset tutelato. Insomma, sarebbe una convivenza difficile tra stato e privato, che esaspererebbe forse il secondo, costringendolo nel tempo a girare i tacchi. E, però, l’impatto di un’eventuale sconfitta della Cdp all’assemblea odierna sarebbe obiettivamente devastante per la credibilità del nostro governo. Dal momento in cui ci ha messo la faccia contro Vivendi, dovrà puntare alla vittoria, sennò uscirebbe a pezzi la già malconcia immagine del sistema Italia, peraltro in piena crisi politico-istituzionale. A quel punto, tutto apparirà scalabile, compreso l’impero aziendale di un nostro ex premier.

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