Germania e Cina alleate contro Trump: così la Merkel vuole mettere al sicuro l’economia tedesca

La Merkel crea l'asse con la Cina per difendere la globalizzazione economica contro i tentativi del presidente Trump di costruire un nuovo modello per il commercio mondiale. In gioco c'è la fisionomia dell'economia tedesca e di quella cinese.

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La Merkel crea l'asse con la Cina per difendere la globalizzazione economica contro i tentativi del presidente Trump di costruire un nuovo modello per il commercio mondiale. In gioco c'è la fisionomia dell'economia tedesca e di quella cinese.

Nell’economia mondiale s’avanza da circa un anno una strana coppia, che ha già esordito nel febbraio del 2015 al G-20 finanziario di Shanghai, quando si ritrovò oggetto di pressione da parte del resto dei partecipanti perché ciascuno dei due contribuisse a ridurre gli squilibri globali. Parliamo di Germania e Cina, due paesi che mai come in questo frangente siedono allo stesso lato del tavolo nello scacchiere mondiale.

Ieri, il presidente cinese Xi Jinping ha parlato a Davos, dov’è in corso il World Economic Forum, in cui è stato accolto quasi fosse un esponente del liberal-capitalismo globale, quando è, invece, il capo di uno stato “comunista” per definizione. Il massimo rappresentante di Pechino ha difeso la globalizzazione “inclusiva”, il libero commercio, sostenuto la necessità che ciascun paese possa svilupparsi “alle proprie condizioni” e chiarendo che “non esistono pasti gratis”. (Leggi anche: G20, strana alleanza tra Germania e Cina)

Insomma, la globalizzazione serve e la Cina ne ha bisogno e non intende arretrare dai suoi propositi di crescita nel commercio mondiale. Queste parole venivano pronunciate dopo che da mesi lo stesso governo cinese ha introdotto controlli sui capitali, atti a frenare i deflussi finanziari e a sostenere il cambio tra yuan e dollaro, non fosse anche per scrollarsi di dosso l’etichetta di “manipolatrice del cambio”. Poche ore fa sono state annunciate dal Ministero del Commercio nuove misure limitative degli investimenti all’estero delle imprese statali cinesi, ufficialmente al fine di evitare sprechi di denaro.

Germania e Cina unite in difesa della globalizzazione

Nel 2016 sono stati investiti fuori dalla Cina 170,1 miliardi di dollari, il 44,1% su base annua, di cui 107,2 milioni per acquisizioni di società straniere. Proprio quest’ultima materia è oggetto di disputa con la Germania, perché Pechino accusa Berlino di ostacolare alcuni suoi progetti d’investimento senza alcuna reale giustificazione.

Comunque sia, tedeschi e cinesi si ritrovano a combattere la stessa battaglia in difesa della globalizzazione, ovvero dei rispettivi interessi economici. Se le esportazioni per l’economia cinese sono essenziali, ammontando a oltre un quarto del suo pil, per quella tedesca valgono circa il doppio.

Germania e Cina non sarebbe le economie che oggi conosciamo senza la macchina dell’export. (Leggi anche: Export Germania al 96% dell’Eurozona)

 

 

 

 

La Trumponomics un rischio per tedeschi e cinesi

Donald Trump rappresenta un rischio per entrambe, con la sua annunciata politica dei dazi contro i competitor accusati di scorrettezza nelle pratiche commerciali e la sua messa in discussione della globalizzazione a ogni costo, ovvero a discapito del lavoro.

La cancelliera Angela Merkel ha fiutato il pericolo sistemico e di lungo periodo al quale è esposta l’economia tedesca e qualche giorno fa ha lanciato un accorato appello alle forze politiche, sociali e produttive della Germania, affinché difendano il libero commercio dagli attacchi e dal populismo. E’ sembrata la risposta alle critiche di Trump, che poco prima aveva definito la UE “un veicolo di interessi tedeschi”, annunciando probabili dazi contro la Bmw, rea di volere investire in Messico, esportando la produzione negli USA, dov’è già attiva con i suoi stabilimenti. (Leggi anche: Trump attacca la Germania: UE usata per i tuoi interessi, dazi su Bmw)

Euro e yuan deboli sostengono l’export di Germania e Cina

Ma il presidente eletto non è la prima e l’unica preoccupazione, che da tempo unisce la seconda e la quarta economia del pianeta. Un anno fa, dicevamo, già a Shanghai si registrò un’inusuale (fino ad allora) sintonia tra Germania e Cina contro il resto delle potenze straniere più influenti, le quali premettero per strappare all’una e all’altra la promessa di contribuire a ridurre i disequilibri economici mondiali, ovvero l’eccesso delle rispettive partite correnti, sintomo di un altro eccesso, quello dei risparmi interni alle due economie.

Washington, già sotto l’uscente amministrazione Obama, ha inserito Berlino tra le capitali “manipolatrici” del cambio, a causa dell’euro debole rispetto ai suoi fondamentali, che di fatto creerebbe uno svantaggio competitivo ai suoi partner commerciali. In buona sostanza, le imprese tedesche e cinesi esportano a pieno ritmo e senza sosta, beneficiando di un cambio debole, rispettivamente quello dell’euro e dello yuan.

(Leggi anche: Cambio euro-dollaro sottovalutato del 20%)

 

 

 

L’asse di interessi tra Berlino e Pechino

Nel tentativo di dominare il nuovo ordine mondiale, Frau Merkel intende sfruttare il suo quarto e forse ultimo mandato da cancelliera per imporsi agli occhi del globo come il difensore della globalizzazione economica e della liberal-democrazia, creando sinergie con quanti abbiano convenienza a darle corda, ovvero i “comunisti” cinesi votati al capitalismo. L’asse Merkel-Jinping si opporrà a quello Trump-Putin, generando tensioni probabilmente molto forti in un’area specifica del pianeta: l’Asia.

In discussione c’è il modello di crescita, che ha consentito negli ultimi venti anni alla Cina di affacciarsi al mondo come la principale potenza economica rivale degli USA e alla Germania di consolidare il dominio economico e politico nel Vecchio Continente, grazie alla condivisione di una moneta fin troppo debole per i suoi fondamentali, che crea squilibri in suo favore e ai danni dei principali partner europei. (Leggi anche: Presidenza Trump minaccia per l’economia della Germania?)

 

 

 

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