Assalto a stazioni di servizio e supermercati, si teme una crisi in stile Venezuela

Un'altra crisi in stile Venezuela rischia di esplodere in un'economia africana, già stremata nel 2009 dall'iperinflazione. E le similitudini con Caracas appaiono inquietanti.

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Un'altra crisi in stile Venezuela rischia di esplodere in un'economia africana, già stremata nel 2009 dall'iperinflazione. E le similitudini con Caracas appaiono inquietanti.

Da almeno un anno a questa parte vi stiamo dando conto di un’economia emergente, che vive momenti di crescente difficoltà, legati spesso alla sfiducia dei suoi cittadini nei confronti dello stato, specie in ambito monetario. Parliamo dello Zimbabwe, lo stato dell’Africa sud-orientale, che nel 2009 ha subito il flagello dell’iperinflazione, quando i prezzi sono esplosi di quasi il 90.000 miliardi di miliardi percento.

Il dollaro locale divenne carta straccia e da allora è stato sostituito da diverse valute straniere, sia per gli scambi interni che per commerciare con l’estero. Eppure, da un po’ di tempo a questa parte serpeggia una paura tra gli abitanti, quella che l’ultranovantenne presidente Robert Mugabe torni a stampare una moneta nazionale, inondando il paese di liquidità e facendo riesplodere i prezzi.

Negli ultimi giorni, la stampa locale e, in particolare, i social media pubblicano foto di lunghe file davanti alle stazioni di servizio e ai supermercati, che ricordano vagamente (per fortuna, non sono nemmeno paragonabili ancora) a quanto accade da qualche anno in Venezuela, dove è in corso una carenza generalizzata di beni anche elementari. (Leggi anche: Sovranità monetaria? Corsa agli sportelli delle banche e paura dell’iperinflazione)

Governo smentisce, ma carenza di beni c’è

Il governo ha smentito che lo Zimbabwe stia rischiando di restare a secco di beni di prima necessità e il ministro dell’Interno ha minacciato gli arresti per chi diffonde il panico nel paese. Il governatore della Reserve Bank, John Mangudya, ha definito “fake news” quelle che circolano in rete, sostenendo che non vi sarebbe alcuna minaccia per i consumatori, che la carenza di beni sarebbe una pura invenzione, frutto di “malizia e falsità”. Anche Confindustria è scesa in campo per smentire che l’offerta sia insufficiente, pur ammettendo che problemi ve ne sarebbero con le riserve valutarie, ma notando come la diffusione del panico rischi di provocare una “carenza artificiale”, perché se tutti comprano più del dovuto, temendo che lo facciano gli altri e di rimanere presto senza beni alimentari o di altro tipo, la carenza si materializzerà davvero, dato che per importare beni e farli arrivare negli scaffali dei supermercati servono fino a un paio di settimane.

Che, tuttavia, non si tratti di invenzioni di sana pianta dei social lo dimostrerebbero alcuni fatti. In primis, le stazioni di servizio hanno imposto un limite di 30 dollari per automobilista nell’erogazione di carburante, sia che il pagamento avvenga in contanti, sia che si utilizzi una carta di credito o bancomat. Di liquidità ce n’è ormai pochissima in giro, per cui i pagamenti stanno avvenendo sempre più con l’uso di carte di plastica. E i “bond notes”, emessi lo scorso anno per incrementare la liquidità interna, si deprezzano sempre più, segno della sfiducia tra i consumatori.

L’Oil Expressers Association of Zimbabwe sostiene che avrebbe bisogno di importare semi di soia, greggio e altre materie prime per un controvalore di 5 milioni di dollari a settimana per soddisfare il fabbisogno energetico nazionale, ma lamenta che nei primi sette mesi dell’anno, la media importata ammonta a 2,2 milioni di dollari a settimana e che nelle ultime settimane tale importo sarebbe sceso a 1,5 milioni, mentre i fornitori stranieri hanno tagliato l’accesso al credito per i timori legati alle scarse riserve valutarie. La Reserve Bank non consente alle imprese importatrici di ottenere tutta la valuta pesante di cui hanno bisogno, perché questa scarseggia. (Leggi anche: Sovranità monetaria senza valore in assenza di fiducia)

Le similitudini con il Venezuela di Maduro

Minori importazioni implicano un’offerta scarsa di beni e servizi, con la conseguenza che i prezzi tenderebbero a crescere. Dalle testimonianze raccolte dalla stampa locale e pubblicate sui social, pare che in alcuni punti vendita frutta e verdura costerebbero oggi quasi il doppio di appena una settimana fa. Nessuno riesce a trovare dollari, rand, euro, etc, per cui si ricorre al mercato nero, dove la valuta straniera viene offerta sempre più a premio.

Quello che sta succedendo nello Zimbabwe si spiega così: non avendo Harare una moneta propria, utilizza quasi del tutto il dollaro USA, che risulta più forte dei fondamentali dell’economia africana.

Di conseguenza, questa perde competitività, esporta sempre di meno e ottiene così un afflusso basso di valuta pesante con la quale effettuare le importazioni. Da qui, il panico tra gli abitanti, memori di quanto accadde meno di un decennio fa. E la paura monta dall’emissione dei “bond notes”, che in tanti percepiscono quale strumento escogitato dal governo per battere moneta nazionale senza nemmeno dichiararlo.

Le similitudini con il Venezuela di Nicolas Maduro appaiono inquietanti. Certo, qui non siamo nemmeno lontanamente ai livelli critici di Caracas, ma se il panico dilagasse tra i consumatori, sarebbe solo questione di tempo. Come nell’economia sudamericana, gli squilibri sono dettati dalle inefficienze sul fronte dei cambi. Lo stato andino ha fissato dal 2003 il rapporto tra bolivar e dollaro a un tasso eccessivamente forte, tale da non consentire un adeguato afflusso di valuta straniera, mentre ad Harare non esiste nemmeno una moneta propria, né il pubblico sembra più disposto ad accettare che venga reintrodotta in circolazione, scottato dall’iperinflazione. E come a Caracas, anche il governo di Mugabe nega l’evidenza e spera di risolvere i problemi con un tintinnio di manette. (Leggi anche: Sovranità monetaria, proteste alla sola ipotesi)

 

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