Aspettando il governo, ecco perché la Lega ha più chance del Movimento 5 Stelle

Matteo Salvini avrebbe più chance di Luigi Di Maio di andare al governo, anche se non necessariamente come premier. Ecco perché il centro-destra sarebbe in vantaggio sul Movimento 5 Stelle.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Matteo Salvini avrebbe più chance di Luigi Di Maio di andare al governo, anche se non necessariamente come premier. Ecco perché il centro-destra sarebbe in vantaggio sul Movimento 5 Stelle.

Le schermaglie tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio saranno pure tattiche, ma rappresentano bene lo stallo di questa fase. Dopo la fulminea intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle sulle presidenze di Camera e Senato, a cui Silvio Berlusconi si è dovuto inchinare, di fatto subendo la sua più umiliante sconfitta politica da quando è “sceso in campo” nel 1993, le trattative tra le parti si sono arenate. Ci sono due conflitti, anzitutto, da risolvere: la premiership e le alleanze. Entrambi vorrebbero entrare a Palazzo Chigi, ovvero guidare il prossimo governo. E Di Maio non intende accettare che Forza Italia faccia parte della sua eventuale squadra, anche perché sarebbe piuttosto complicato giustificare alla base di governare insieme a Berlusconi, il male peggiore da sempre dipinto dai grillini nelle piazze.

In realtà, sul primo punto si è verificata una difformità nei toni. Salvini si è detto pronto a rinunciare a fare il premier, se ciò dovesse servire a sbloccare l’impasse e rendere possibile la nascita del nuovo governo, ma non intende stringere alleanze senza il resto della coalizione, anche perché da solo sarebbe il 17%, con Forza Italia e Fratelli d’Italia il 37%. Di Maio, invece, non molla e spiega che sarebbe un tradimento degli elettori, se qualcuno gli proponesse di formare un governo senza lui premier; con ciò, segnalando due cose: che chiunque si allei con l’M5S dovrà accettarlo alla guida del governo e dovrà, quindi, risultargli subalterno; che non avrebbe alternative, dal suo punto di vista.

Il grande sconfitto delle elezioni rischia la sfiducia con il nuovo governo

Già, perché Di Maio sa che al momento risulta essere l’unica figura accettata dalla base per potere formare un governo anche con figure considerate “nemiche”, come lo stesso Berlusconi o il PD renziano. Un altro premier, magari molto meno carismatico per i grillini, non reggerebbe il peso dei malumori sia tra i parlamentari, sia tra gli elettori. Rischierebbe di venire giù il movimento. Al contrario, Salvini potrebbe benissimo fare un passo indietro, nella prospettiva di compierne due, tre in avanti tra un anno o poco più, ovvero alle elezioni europee e alle prossime politiche. Rinunciare per lui a fare il premier significherebbe aumentare le chance di esserlo in futuro. Per Di Maio, sarebbe probabilmente l’esatto contrario, per cui “oggi o mai più”.

Di Maio non rinuncia a fare il premier

Per questo, il 31-enne di Pomigliano ha cercato di riaprire tatticamente la partita delle alleanze, rivolgendosi stavolta al PD, ma è stato subito stanato da Salvini, il quale ha pubblicamente e ironicamente rivolto gli auguri, ricordandogli che per governare avrà bisogno di 90 voti (alla Camera). Per tutta risposta, Di Maio ha dichiarato che a Salvini di voti gliene mancherebbero 50 e se intende governare con il PD, “auguri”. Insomma, siamo alle bizze, ma il punto non è tanto trovare una figura terza come premier, perché il grillino non ha intenzione di farsi di lato, anche perché l’ambizione è tanta e dopo una campagna elettorale vissuta nello spettro delle larghe intese tra Forza Italia e PD, adesso assapora davvero il sogno di diventare capo del governo.

Rispetto a Di Maio, Salvini mostra, quindi, due vantaggi: può confidare su alleati che sarebbero in grado di stringere legami con il PD per varare una maggioranza di governo; può permettersi di non fare il premier, anzi gli converrebbe persino il passo indietro, in questa fase, al fine di non bruciarsi quale leader del centro-destra. Il PD non è intenzionato ad appoggiare nessuno degli altri due schieramenti e probabilmente non lo farà, almeno non nella sua integrità di partito. Tuttavia, se un gruppo di “volenterosi” si staccasse, sarebbe verosimile che lo facesse in cambio di un riconoscimento formale, ovvero di poltrone. E il centro-destra pare più attrezzato a trattare su questi aspetti, anche perché nel piatto delle offerte metterebbe persino la premiership. Questo, al netto della voracità dimostrata anche dai grillini sulla spartizione di presidenze, vice-presidenze, questure e segreterie d’Aula per Camera e Senato.

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Allacciare un dialogo con chi ripete “o me o morte” diventa più complicato che farlo con chi segnala anche di rinunciare alla propria posizione preminente, pur di avallare le trattative. E c’è di più: Berlusconi non ama Salvini e viceversa. Tuttavia, i due devono andare d’accordo per avere un peso negoziale e il primo, in particolare, vuole a tutti i costi andare al governo per evitare elezioni anticipate e brutte sorprese alle sue aziende. Per farlo, ha bisogno proprio dell’alleato leghista, senza cui sarebbe solo uno dei due perdenti illustri di questa legislatura. Dunque, il centro-destra è, obtorto collo, compatto e lo sarà alle consultazioni al Quirinale. E l’M5S? Non è esattamente quel blocco monolitico che si pensa. Le divisioni ideologiche e le ambizioni personali sono variegate e chissà che un gruppetto di frondisti non avalli una qualche operazione di Salvini, accorciando al centro-destra la strada che lo separa dal governo, specie se anche dentro al PD qualcuno si scoprisse “responsabile”. P.S.: sono ad oggi 58 i deputati non iscritti ad alcun gruppo, ovvero potenziali apporti per la nuova maggioranza di governo, anche se 14 appartenenti a Liberi e Uguali, che mai e poi mai voterebbero in favore del centro-destra. Ad ogni modo, è in questo grande gruppo misto che si dovrà pescare per sperare di avere i numeri.

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Argomenti: Politica, Politica italiana