Aspettando il governo: mercati calmi, ma fino a quando i capricci di Di Maio saranno tollerati?

Lo stallo politico di queste settimane e l'assenza di un nuovo governo non stanno destabilizzando i mercati, che anzi crescono dalle elezioni del 4 marzo. Attenzione a credere che la calma duri per sempre.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo stallo politico di queste settimane e l'assenza di un nuovo governo non stanno destabilizzando i mercati, che anzi crescono dalle elezioni del 4 marzo. Attenzione a credere che la calma duri per sempre.

Il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, avrà ancora 24 ore di tempo, prima di salire al Colle per riferire al capo dello stato sull’esito dei colloqui avviati con i gruppi parlamentari. Obiettivo: trovare un’intesa politica, che consenta all’Italia di far nascere il prossimo governo. La tempistica, tuttavia, non sta aiutando la seconda carica istituzionale, perché sembra accertato che fino al 29 aprile non si muoverà davvero foglia. Domenica prossima, infatti, si terranno le elezioni regionali in Molise e dopo 7 giorni quelle in Friuli-Venezia-Giulia. Saranno due occasioni per pesarsi per Movimento 5 Stelle e centro-destra, nonché all’interno di quest’ultimo tra Lega e Forza Italia. Stando ai sondaggi, sarebbe testa a testa in Molise tra i due vincitori delle elezioni politiche del 4 marzo, mentre nella regione del nord-est non ci sarebbe partita, con Massimiliano Fedriga della Lega a correre per la vittoria.

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Bisognerà attendere queste due tappe per capire se e quale governo avremo. Finora, prevalgono i tatticismi e i veti. L’M5S ribadisce la propria indisponibilità a formare un governo che includa Silvio Berlusconi, mentre Matteo Salvini conferma la lealtà al centro-destra e invita Luigi Di Maio a fare un “passo di lato” come lui; offerta rifiutata. Nel frattempo, i grillini aprono al PD, che non chiude più aprioristicamente, ma al suo interno i malumori sono tanti e l’ipotesi che alla fine si faccia un governo tra dem e M5S appare piuttosto improbabile. Al Nazareno, si fiuta l’espediente di Di Maio di utilizzare il PD per alzare il prezzo nei confronti di Salvini.

Ad ogni modo, siamo in pieno stallo e chi crede che una soluzione sia alla portata si sbaglia. L’M5S sta scommettendo sul rischio per gli altri partiti di andare verso elezioni anticipate, nella convinzione che al prossimo giro, i consensi per il movimento lieviterebbero ulteriormente. Un azzardo, perché gli stessi sondaggi, per quel che valgono, stanno registrando umori contrastanti tra gli italiani, che certo non desiderano ammucchiate, ma nemmeno chiusure pregiudiziali che allontanino la stabilità politica. E se i grillini sembravano crescere nei consensi fino a qualche settimana fa, adesso arretrerebbero e la figura di Salvini sarebbe divenuta più popolare di quella di Di Maio, grazie all’immagine di leader responsabile e dialogante, che il segretario leghista si è dato dopo le elezioni.

Di Maio si assume grossi rischi politici

L’ex premier Silvio Berlusconi non chiude più ai 5 Stelle, sostenendo che sarebbero loro a porre pregiudiziali nei suoi confronti e non viceversa. Astuzia di chi fiuta il rischio per i grillini di finire rosolati dalla loro stessa tattica, perché se davvero si andasse ad elezioni anticipate, avrebbero buon gioco tutti gli altri, Salvini in testa, a sostenere che ancora una vota sarebbe stata l’irresponsabilità dell’M5S a portare a un esito inconcludente delle trattative. E si consideri che sarebbe il bis, dopo che già nel 2013 i grillini mancarono all’appuntamento con Palazzo Chigi, rifiutandosi anche solo di sedersi a negoziare con l’allora segretario del PD, Pierluigi Bersani.

Un altro rischio per Di Maio sarebbe di finire paradossalmente fuori dal governo per scelta obbligata, ovvero nel caso di un governo del presidente, a cui i 5 Stelle non parteciperebbero per rimarcare la loro peculiarità. Insomma, passerebbero per schizzinosi, o peggio, per non intenzionati realmente a governare, come se quello dato a loro fosse un voto a perdere. E senza contare i cambi di rotta continui di Di Maio, che sia sui programmi, sia sulle alleanze ne racconta ormai una al giorno, consumandosi di tatticismo esasperato.

Quel che è certo è che i mercati finanziari ci stiano lasciando fare in questa fase. I rendimenti sovrani a 10 anni sono scesi all’1,7% dal 2% dell’ultima seduta pre-elettorale. Lo spread BTp-Bund decennale si è ristretto da 134 a 117 bp, scendendo ai minimi dalla crisi del debito del 2011. Tutto questo, mentre la stessa Piazza Affari è cresciuta dell’8,5% dal giorno del voto. Dunque, non solo calma piatta, ma persino acquisti su azioni e bond italiani. La finanza internazionale sta benedicendo il nuovo corso politico romano? Nulla di più sbagliato credere.

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La calma sui mercati non durerà all’infinito

I mercati stanno risentendo positivamente della prospettiva ancora accomodante della BCE, che se dalla fine di quest’anno dovrebbe quasi certamente avviare l’uscita dal piano di stimoli monetari, dall’altro non sembra intenzionata ad alzare i tassi nell’Eurozona quanto prima, visto che l’inflazione continua a restare ben al di sotto del target (“di poco inferiore al 2%”). Al contempo, anche gli stessi esiti elettorali avrebbero mantenuto la fiducia degli investitori verso l’Italia, perché se è vero che a vincere siano state due formazioni loro sgradite, del resto per governare dovranno stringere accordi con almeno uno dei partiti tradizionali e di provata fede europeista. Lo scenario di un’intesa solo tra M5S e Lega, infatti, si è allontanato negli ultimi giorni e, comunque, nemmeno quello ha scatenato paure in borsa.

Il tempo, però, stringe e l’Italia ha bisogno di affrontare nodi cruciali nei prossimi mesi, come il completamento del risanamento fiscale e il sostegno a una crescita economica, che nell’Eurozona starebbe rallentando e che vedrebbe ancora una volta il nostro Paese fanalino di coda con un pil atteso in aumento dell’1,5%. L’Italia non è la Germania, che si è potuta permettere 6 mesi di negoziati infiniti per formare un nuovo governo. Berlino vanta un bilancio pubblico in attivo, un debito in calo verso il 60% del pil, una mercato del lavoro in piena occupazione, una crescita economica intorno al 2% all’anno ed esportazioni record. Da noi la disoccupazione è ancora quasi all’11%, il rapporto debito/pil si aggira intorno al 132%, il deficit resta inchiodato al 2%, la crescita risulta tra le più basse delle economie avanzate nel mondo e l’export, per quanto esiti un saldo molto positivo negli ultimi anni, è perlopiù legato all’euro debole, che in una prospettiva di rialzo dei tassi tenderà a rafforzarsi.

Cosa potrebbe far scattare l’allarme sui mercati? Probabilmente, non un solo evento, bensì un mix tra toni meno da “colomba” della BCE (occhio ai recenti rialzi delle quotazioni del petrolio), un probabile pil deludente nel primo trimestre per l’Italia e l’inconcludenza delle trattative sul governo da qui a fine mese o inizio maggio. E allora vedrete che la pressione sui partiti salirà e che la stanchezza dell’opinione pubblica si tradurrà in rabbia, tale da dissuadere i Di Maio della situazione a darsi una calmata, perché di Re Sole in Italia non ne abbiamo bisogno.

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