Armonizzazione fiscale: Germania e Francia vogliono tartassare le imprese europee

Francia e Germania puntano ad accentrare la tassazione sulle imprese in Europa. La proposta farà felice il governo italiano, ma non la nostra economia.

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Francia e Germania puntano ad accentrare la tassazione sulle imprese in Europa. La proposta farà felice il governo italiano, ma non la nostra economia.

Si è tenuto oggi il primo faccia a faccia a Berlino tra il nuovo ministro delle Finanze francese, il conservatore Bruno Le Maire, e il collega tedesco Wolfgang Schaeuble. E’ stata l’occasione per fare il punto delle visioni dei due paesi “core” dell’Eurozona su come rafforzare l’unione monetaria, una volta scampato il rischio di un’implosione per cause politiche.

I due hanno raggiunto già un’intesa, quella per dare vita a un gruppo di lavoro congiunto per tenere un nuovo vertice bilaterale a luglio. Anticipando l’oggetto dei colloqui in un’intervista al quotidiano Handelsblatt, Le Maire ha parlato della necessità di affrontare il tema dell’armonizzazione fiscale, sostenendo anche che la Brexit rappresenterebbe un’occasione per rendere il settore finanziario europeo più allettante, in modo da creare nuovi posti di lavoro.

Uscendo dall’incontro con Schaeuble, il francese ha dichiarato di avere discusso dei progressi compiuti nell’Eurozona, ammettendo che “le cose non starebbero avanzando piuttosto velocemente” e spiegando di “essere determinati a compiere progressi veloci” nell’area. (Leggi anche: Asse Macron-Merkel conferma che l’Italia rischia un nuovo 2011)

L’idea di una corporate tax europea

Secondo Le Maire, bisognerà mettere mano a un’unica politica fiscale sulle imprese nella UE, attraverso una corporate tax europea, “rispondendo alle distorsioni del mercato e alla concorrenza illegittima causata dal dumping fiscale”. Il tedesco si è mostrato più cauto sul punto, sostenendo che per dare vita a progressi nel campo fiscale servirebbe il consenso dei leader UE.

Non è una novità che Francia e Germania puntino alla cosiddetta armonizzazione fiscale, anche se a differenza del 2012, stavolta Schaeuble ritiene di potere imbarcare nella discussione anche Italia e Spagna. D’altra parte, serve un consenso molto ampio, che non sarà facile ottenere nella UE. Vediamo perché. (Leggi anche: Perché Macron può fare più male che bene all’Italia)

Perché la Francia vuole l’armonizzazione fiscale

Per armonizzazione fiscale s’intendono due possibili soluzioni, entrambe prese in considerazione dall’asse franco-tedesco: un’unica aliquota sulle imprese di tutta la UE (al limite da affiancare ad addizionali nazionali?), oppure una sorta di convergenza tra le varie aliquote all’interno di un range, tale da minimizzare la concorrenza fiscale tra le economie europee.

Perché la Francia ambisce all’armonizzazione fiscale? Ovvio, perché dovendo finanziare una delle più alte spese pubbliche al mondo in rapporto al pil (57%), ha la necessità di tenere alte le entrate fiscali, senza che ciò continui a provocare una desertificazione industriale, ovvero la fuga dei capitali in paesi con minore tassazione. Per tenere insieme la moglie ubriaca e la botte piena, serve che tutti gli stati UE si impegnino a non farsi concorrenza tra di loro, ovvero a tenere la tassazione sulle imprese a livelli non inferiori a un certo minimo concordato, se non, addirittura, che applichino tutti la stessa aliquota, annullando il dumping fiscale potenziale. (Leggi anche: Perché Macron non sarà amico dell’Italia e l’illusione che ci serva pasti gratis)

Francia e Germania vogliono meno concorrenza fiscale

Come avevamo avvertito subito dopo la vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni presidenziali del 7 maggio, il nuovo inquilino dell’Eliseo intende non europeizzare la Francia, ma “francesizzare” l’Europa, ovvero fare della UE un modello socio-economico, tale per cui anche economie poco competitive come quella francese possano continuare a prosperare, protette da una rete giuridico-fiscale europea, che le ponga al riparo dalla globalizzazione.

I francesi, così come anche i tedeschi, questi ultimi pur con sfumature diverse, pretenderebbero di contenere al minimo la sovranità dei governi in materia fiscale, specie sulle imprese. Le frequenti frizioni con l’Irlanda, rea di imporre una corporate tax troppo bassa, al 12,5%, segnalano quanto Bruxelles ambisca a un accentramento del potere decisionale sul piano fiscale, costringendo gli stati membri a ridurre al minimo la concorrenza, l’esatto contrario di quanto servirebbe ai governi per migliorare l’efficienza nella gestione della spesa pubblica. (Leggi anche: Un politico protezionista? Ma Monsieur Macron!)

Armonizzazione fiscale e pareggio di bilancio

Marine Le Pen ha perso le elezioni di inizio mese, perché non ha compreso dove volesse portare il modello Macron, ovvero a un ingabbiamento dell’Europa sotto regole francesi, un misto di alte tasse e alta spesa pubblica.

Il “sogno” del nuovo presidente potrebbe anche non realizzarsi, ma oggi appare più alla portata di qualche anno fa, grazie al fatto che il Regno Unito, con le sue politiche liberali in economia, stia per togliere il disturbo, lasciando la UE e campo libero a capitali, come Parigi e Berlino, che tutto possono essere, tranne che rappresentanti del libero mercato nell’accezione anglosassone dell’espressione.

Il modello Macron farà comodo apparentemente a governi come quello italiano, da decenni incapace di tagliare la spesa pubblica per finanziare un calo della tassazione su famiglie e imprese. Non farà bene all’economia italiana, la cui decadenza affonda le radici proprio nell’alto carico fiscale e nell’alta spesa. Attenzione, infine, a ipotizzare che la proposta di armonizzazione fiscale di Macron sia contraria di per sé al Fiscal Compact di impronta merkeliana: il combinato disposto tra i due ci spinge a prendere atto come il pareggio di bilancio a cui ambisca la Germania verrà fatto raggiungere più con aumenti delle entrate, che non attraverso tagli alle spesa pubblica. (Leggi anche: Fiscal Compact, tassi BCE e possibile accerchiamento dell’Italia)

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