Argentina tornata a una crisi del debito, ecco come il crollo del peso fa saltare i conti di Buenos Aires

La crisi argentina da valutaria sta per diventare nuovamente fiscale. Il debito pubblico sta esplodendo con il crollo del cambio e non basteranno tassi alle stelle e sforbiciate alla spesa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi argentina da valutaria sta per diventare nuovamente fiscale. Il debito pubblico sta esplodendo con il crollo del cambio e non basteranno tassi alle stelle e sforbiciate alla spesa.

Il cambio tra peso argentino e dollaro si è stabilizzato a settembre a poco meno di 38, flirtando con i minimi storici toccati alla fine di agosto, quando la banca centrale di Buenos Aires è dovuta intervenire con un maxi-rialzo a sorpresa dei tassi – il quinto dell’anno – deciso in emergenza e che ha fatto lievitare il costo del denaro al 60% dal 45% precedentemente fissato, il più alto al mondo. Ieri, l’istituto non ha comunicato alcuna novità alla riunione del board, sebbene si sia impegnato a mantenere i tassi al livello attuale fino almeno a dicembre, nel tentativo di rafforzare il cambio. Nonostante la stretta monetaria e lo stanziamento di 50 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale, infatti, l’Argentina non sembra in condizione di uscire dalla pesante crisi valutaria in cui è precipitata negli ultimi 4 mesi. Dall’inizio dell’anno, il peso si è più che dimezzato di valore rispetto al biglietto verde.

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L’FMI ha già sborsato una tranche da 15 miliardi a giugno, che ha elevato le riserve valutarie della banca centrale, mentre altri 3 miliardi dovrebbero arrivare a giorni. Il presidente Mauricio Macri ad agosto aveva chiesto in un suo discorso televisivo l’accelerazione di tale esborso per reagire alla tempesta che stava travolgendo il cambio, ripercuotendosi negativamente su un’inflazione già alta. Questa è attesa a oltre il 40% quest’anno contro un obiettivo del 27% dell’FMI, mentre il governo e la banca centrale nei mesi scorsi avevano pasticciato sul target, con la seconda ad avere alzato i tassi e al contempo elevato le stime dal 15% al 25%, salvo indietreggiare successivamente, quando è diventato troppo tardi.

Anche sul piano economico le cose si mettono male. L’FMI prevede un calo del pil del 2,5% quest’anno e una stagnazione per l’anno prossimo, mentre il ministro dell’Economia, Nicolas Dujovne, stima una contrazione per il 2018 non inferiore all’1%. Di certo, non un bel biglietto da visita per il presidente Macri, che l’anno prossimo dovrà tentare di farsi rieleggere con alle spalle 2-3 anni di recessione e lo spettro di una nuova crisi fiscale, oltre che economica e valutaria. Già, perché dal crollo del peso al rischio di un terzo default in 17 anni il passo sarebbe breve. Lo scorso anno, debito pubblico argentino ammontava a 321 miliardi di dollari e rispetto al pil si attestava poco sotto il 57%, ma già quest’anno dovrebbe salire all’88% per l’FMI, mentre il governo parla di un 70%. L’esplosione non è dovuta al deficit, che si aggirerà intorno al 3-4% del pil, quanto al fatto che il 70% del debito è denominato in dollari.

Verso una nuova crisi del debito

Dimezzandosi di valore, il peso sta trascinando in basso il pil nominale argentino, una volta che viene espresso in dollari, mentre così non è per oltre i due terzi del debito pubblico. In pratica, nel rapporto debito/pil sta crollando il denominatore e il numeratore sta rimanendo fisso. Naturale che ciò provochi una crisi potenzialmente devastante, anche se nel breve termine sarebbe tamponata proprio grazie agli aiuti dell’FMI, che consentiranno a Buenos Aires di rimborsare 25 miliardi di dollari di debiti e di pagare 14 miliardi di interessi nel 2019. Facile denigrare il governo argentino per la sua politica di indebitamento perlopiù in valuta straniera. Il punto è che nessuno, né in patria e né all’estero, comprerebbe mai un “tango bond” emesso in pesos, vuoi per la triste storia nazionale costellata di default, vuoi anche per la scarsa credibilità di cui gode la valuta locale, a sua volta devastata nei decenni da un’inflazione fuori controllo e quasi sempre a due cifre, segno della debolezza della banca centrale nei confronti del governo e della sua incapacità di perseguire la stabilità dei prezzi, date le forti pressioni politiche.

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In crisi vi è ormai apertamente il modello argentino e questa nuova tempesta, statene certi, non sarà risolta né con tagli vigorosi alla spesa pubblica – Macri ha annunciato il dimezzamento del numero dei ministeri – né alzando i tassi fino all’inverosimile. Essa durerà almeno fino a tutto l’anno prossimo, quando i mercati finanziari vorranno verificare se gli argentini continueranno ad affidarsi a un governo riformatore e liberale o torneranno indietro, rivolgendosi ai “populisti” di matrice peronista, che hanno trasformato l’economia un tempo più ricca al mondo in un caso disperato.

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Argomenti: Altre economie, Crisi argentina, economie emergenti, valute emergenti

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