Argentina e Libano mettono alla prova la credibilità del Fondo Monetario Internazionale

La crisi finanziaria di Argentina e Libano mette a dura prova il successore di Christine Lagarde alla guida del Fondo Monetario Internazionale, la bulgara Kristalina Georgieva. Vietato sbagliare per non perdere credibilità dopo gli errori già commessi.

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La crisi finanziaria di Argentina e Libano mette a dura prova il successore di Christine Lagarde alla guida del Fondo Monetario Internazionale, la bulgara Kristalina Georgieva. Vietato sbagliare per non perdere credibilità dopo gli errori già commessi.

Entro pochi giorni conosceremo il destino del Libano, scisso tra la tentazione di non pagare l’Eurobond in scadenza lunedì 9 marzo e la necessità di non mettere definitivamente alla finestra anche per il futuro i capitali stranieri di cui ha fortemente bisogno per sopravvivere. Il nuovo governo di Hassan Diab non sa ancora se chiedere o meno assistenza finanziaria al Fondo Monetario Internazionale. Le forze sciite che lo sostengono, tra cui Hezbollah, pensano che gli aiuti dell’istituto debbano arrivare senza condizioni stringenti in cambio. Nessuna politica di austerità fiscale e niente riforme economiche impopolari, insomma.

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Dall’altra parte del mondo, anche l’Argentina lotta per non soccombere a quello che sarebbe il suo terzo default nel nuovo millennio e il nono della sua storia. E anche stavolta al governo c’è la coalizione peronista, che vorrebbe chiudere un accordo con i creditori esteri su 100 miliardi di dollari di obbligazioni sovrane entro marzo, al contempo avendo chiarito all’FMI che non intende rispettare le condizioni pattuite sui 44 miliardi ricevuti tra il 2018 e il 2019, non avendone la possibilità per via della grave crisi dell’economia.

Molto improbabile che Buenos Aires riesca a stringere un’intesa con gli uni o con l’altro a breve, anche perché i termini s’intrecciano: l’FMI pretende che i creditori privati subiscano sostanziali perdite prima di concedere a sua volta una revisione delle condizioni, ma gli obbligazionisti non sembrano disposti a cedere senza un previo accordo tra governo e FMI che faccia sperare nella sostenibilità del debito a lungo termine. E l’istituto stesso, affinché possa aiutare l’Argentina, necessita che il suo debito sia reso sostenibile da una qualche forma drastica di ristrutturazione, avendo dichiarato dopo i recenti colloqui preliminari tenuti con il governo che al momento non lo sarebbe.

Il caos argentino

E, però, nemmeno l’amministrazione di Alberto Fernandez sembra disposta ad accettare politiche di austerità e riforme di mercato. Dalla sua, ha l’ostinazione con cui sotto Nestor Kirchner prima (2003-2007) e la “presidenta” Cristina Fernandez de Kirchner successivamente (2007-2015) i peronisti se ne fregarono ampiamente dell’FMI, ristrutturando il debito dopo il default del 2001 senza seguirne le indicazioni, pur imbarcandosi in anni di costose battaglie legali con i fondi speculativi internazionali. Ad oggi, dall’istituto di Washington non è stata espressa alcuna precondizione per trattare, un segno apparente della flessibilità con cui si approccerebbe al caso.

Di errori l’FMI ne ha compiuti parecchi, di recente ammettendo di essersi sbagliato sull’entità degli effetti delle politiche di austerità raccomandate alla Grecia, mentre la “generosità” nel salvare l’Argentina con il più grande prestito mai varato prima (57 miliardi di dollari) gli si è ritorta subito contro. L’esperienza Lagarde si è conclusa in chiaroscuro, così come si era aperta nel 2011. Georgieva rischia di commettere altri passi falsi, creando un pericoloso precedente per gli altri stati, allorquando dovesse salvare il Libano e/o ammorbidire le condizioni all’Argentina senza nulla di concreto pretendere in cambio.

Il segnale che verrebbe inviato ai paesi “spendaccioni” e ultra-indebitati sarebbe devastante: l’FMI diverrebbe un prestatore di ultima istanza senza se e senza ma, chiudendo un occhio sulle riforme necessarie per evitare che l’economia assistita ricada nella crisi. In gioco c’è la credibilità di un organismo internazionale, che non può trasformarsi in un salvadanaio per finanziare i capricci di governi sprovveduti e persino dal carattere minaccioso contro la comunità degli investitori e gli altri stati. Molto meglio sarebbe lasciar fallire senza paracadute, anziché sperare nelle buone intenzioni di chi da decenni ostenta lassismo. La lezione servirebbe ai governi per evitare di seguirne le orme, ma anche al mercato per darsi una regolata e non associare gli alti rendimenti solamente con alti profitti, dimenticando che siano lo specchio di rischi altrettanto elevati e che vanno accettati.

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