Argentina contro Islanda, altro che pareggio: l’isola straccia i sudamericani fuori dal campo

Argentina versus Islanda. Il pareggio in Russia tra le due squadre ha scioccato i tifosi della Selecion, ma sul piano economico è Reykjavik a poter dare lezioni sul superamento di una crisi finanziaria.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Argentina versus Islanda. Il pareggio in Russia tra le due squadre ha scioccato i tifosi della Selecion, ma sul piano economico è Reykjavik a poter dare lezioni sul superamento di una crisi finanziaria.

Non si arresta la furia speculativa contro il peso argentino, che nel tardo pomeriggio di oggi (ore italiane) scambia a 28 contro il dollaro, ai nuovi minimi storici. Non sono bastate le dimissioni del governatore della banca centrale, Federico Sturzenegger, prontamente sostituito dal governo con l’ex ministro delle Finanze, Luis Caputo, a rasserenare i mercati; né prima ci era riuscito lo stanziamento di aiuti per 50 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale. Sembra come se gli investitori, al termine di oltre un quindicennio di attesa tra speranze tradite e delusioni, di Buenos Aires si fossero stancati. Del resto, due default in 12 anni e altrettanti salvataggi internazionali non depongono in favore della seconda economia sudamericana.

Argentina nel caos, via il governatore centrale sul crollo del cambio

Se gli argentini sperano che in questa calda estate (inverno per loro) saranno i mondiali di calcio in Russia a portare un po’ di spensieratezza, diremmo che l’esordio con l’Islanda non avrebbe segnalato alcunché di buono. Non solo il pareggio con una delle squadre sulla carta più deboli dell’intero torneo, ma persino un rigore di Lionel Messi parato dal portiere Hannes Halldorsson, che di professione nella vita fa il “videomaker”. E Reykjavik con Buenos Aires ha qualcosa in comune, ovvero l’essere reduci da una pesante crisi finanziaria, seppure gli esiti appaiono del tutti diversi.

La ripresa dell’Islanda, il crollo dell’Argentina

Era il 2007, quando le tre banche dell’isola scricchiolavano sotto i colpi di una virulenta crisi dei mutui subprime, che effettivamente travolse l’intero pianeta nel 2008, partendo dagli USA. L’economia islandese ne venne risucchiata, con il cambio tra corona ed euro ad essere crollato fino a un massimo dell’85%. Nel giro di poco tempo, uno dei popoli più ricchi al mondo figurò per le statistiche internazionali tra le economie emergenti per reddito pro-capite, anche se si trattava pur sempre di formalità senza corrispondenza con la realtà.

Tuttavia, non furono anni facili i primi successivi all’implosione del sistema bancario nazionale, con l’inflazione a due cifre e gli investitori stranieri rimasti intrappolati con i loro capitali sull’isola, impossibilitati fino allo scorso anno a ritirare il denaro impiegato per la decisione del governo di congelare i fondi esteri ed evitare così una ancora più pesante svalutazione del cambio. Tuttavia, l’economia ha iniziato a riprendersi da tempo e lo scorso anno il cambio è arrivato a rafforzarsi di oltre il 20% in appena 11 mesi, complice il boom di turisti stranieri, che si fa fatica ormai a ospitare e contenere sull’isola. Ad oggi, un euro vale il 30% in più contro la corona rispetto al 2007, ma il reddito degli islandesi è mediamente cresciuto del 25% nella divisa europea e, tenuto conto della variazione dei prezzi, ha superato il picco pre-crisi, per cui le condizioni di vita dei 334.000 abitanti risultano migliorate.

Vacanze in Islanda troppo popolari? E Reykjavik cerca di fermare i turisti 

Le dinamiche sono state e restano tutt’altro che rosee in Argentina, dove il peso fu sganciato dal dollaro alla fine del 2001, quando ad allora vigeva una parità fissa e irrealistica di 1:1. Ne consegue che in meno di 17 anni, il cambio ha perso il 96,4% del suo valore, cosa che ha scatenato un’inflazione cumulata nel periodo di circa il 680%, anche se i dati ufficiali sono stati per diversi anni inattendibili (sottostimati) sotto l’amministrazione della presidenta Cristina Fernandez de Kirchner (2007-2015). Ciò significa che il +60% messo a segno dal pil pro-capite nei 16 anni successivi al default sarebbe meno di un decimo di quanto nel frattempo siano saliti i prezzi. In altre parole, gli argentini stanno molto, molto peggio di inizio anni Duemila.

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Argomenti: Crisi argentina, economie emergenti

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