Argentina col cappello in mano, altri 9 miliardi dalla Cina e il cambio continua a collassare

L'Argentina chiede e ottiene 9 miliardi dalla Cina per sostenere il cambio. I 57 miliardi prestati dall'FMI non le bastano e il cambio continua a crollare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Argentina chiede e ottiene 9 miliardi dalla Cina per sostenere il cambio. I 57 miliardi prestati dall'FMI non le bastano e il cambio continua a crollare.

Non sono bastati i 50 miliardi di dollari inizialmente stanziati a giugno dal Fondo Monetario Internazionale in favore dell’Argentina, l’importo più alto di sempre nella storia dell’istituto di Washington. La linea di credito è stata rafforzata di 7,1 miliardi la settimana scorsa, al fine di rassicurare i mercati finanziari. Tuttavia, il cambio tra peso e dollaro ha semplicemente ignorato la notizia e, complice il secondo avvicendamento alla guida della banca centrale in 4 mesi, è precipitato ai nuovi minimi storici venerdì scorso, crollando di quasi il 4% a quota 41,3 e ampliando le perdite dell’anno a circa il 54,5%. E così, il quotidiano La Nacion riporta che il governo di Buenos Aires e la Cina avrebbero quasi finalizzato un accordo per estendere di 9 miliardi il contratto di swap relativo al 2009 e già prorogato di 3 anni nel 2017. La cifra risulterebbe più che doppia dei 4 miliardi di cui si vociferava inizialmente e servirebbe a sostenere le riserve valutarie della banca centrale, intaccate in buona parte negli ultimi mesi per difendere il cambio contro il “sell-off” ai danni dei pesos.

L’Argentina tratta un nuovo prestito con il Fondo Monetario ed è caos alla banca centrale 

Il governatore Guido Sandleris si è detto convinto che l’inflazione inizierà a scendere dai prossimi mesi, verosimilmente da ottobre. Ad agosto, ha superato il 34%, alimentata proprio dal tracollo del tasso di cambio. Non sembrano convinti gli stessi investitori di tale ottimismo, nonostante da qui al prossimo giugno l’istituto si sia impegnato a mantenere stabile la base monetaria, che sta crescendo al ritmo del 2% al mese. L’ottenimento degli aiuti supplementari dall’FMI è avvenuto, infatti, dietro l’accettazione di non intervenire in difesa del peso per un cambio contro il dollaro compreso tra 34 e 44. In altre parole, servirebbe un deprezzamento ulteriore di circa il 7% perché la banca centrale possa attivarsi. Troppo per i mercati, che temono che così facendo si finisca per alimentare ancora di più la già alta inflazione, costringendo l’istituto a una politica monetaria più restrittiva del dovuto (i tassi sono stati portati al 60% in agosto), di fatto colpendo l’economia argentina pesantemente. E l’attività economica si è contratta del 2,7% su base annua a luglio, segno che la crisi finanziaria abbia iniziato a mordere, con tutto quello che significa anche sul piano politico, dato che il mandato del presidente Mauricio Macri scade tra un anno e la recessione rischia di impedirgli la rielezione, riportando al governo i peronisti di Cristina Fernandez de Kirchner.

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Argomenti: Altre economie, Crisi argentina, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti