Argentina, carcere per chi critica i dati ufficiali sull’inflazione

Buenos Aires minaccia le manette contro quegli istituti privati e quegli analisti che contraddicono i dati ufficiali del governo sull'inflazione. La Kirchner contro gli economisti?

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Buenos Aires minaccia le manette contro quegli istituti privati e quegli analisti che contraddicono i dati ufficiali del governo sull'inflazione. La Kirchner contro gli economisti?

Tintinnio di manette in Argentina, dove la presidenta Cristina Fernandez de Kirchner ha fatto varare una legge dal Parlamento, che prevede il carcere fino a due anni di coloro che dovessero mettere in dubbio le cifre ufficiali del governo sull’inflazione. Il provvedimento è una mossa per intimidire diversi centri studi privati, che da mesi sostengono pubblicamente che i dati forniti dal governo siano clamorosamente falsi, sottostimando l’inflazione reale fino a due volte e mezzo. Per la stessa ragione, il Fondo Monetario Internazionale ha aperto una procedura contro Buenos Aires, minacciando di espellere l’Argentina dall’istituto, qualora non provveda entro il 30 di settembre a presentare un nuovo modello di rilevazione dei prezzi, che sino ad oggi sono monitorati solo nella capitale.

 

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Il governo continua a prevedere per quest’anno un tasso d’inflazione al 10,4% e una crescita del pil del 6,2%. Secondo diversi studi privati, ritenuti abbastanza verosimili dallo stesso FMI, l’inflazione sarebbe nel paese di almeno il 25%, guarda caso lo stesso livello di adeguamento salariale richiesto dai sindacati.

E’ sensazione comune che i dati governativi siano falsi. Ma adesso, mettere in dubbio la parola ufficiale dell’istituto di statistica comporta la pena del carcere. Quattro sono gli istituti privati che hanno contraddetto le cifre del governo e rischiano l’indagine penale anche gli economisti di M&S, Buenos Aires City e Finsosport SA.

Il disastro dell’inflazione si sta ripercuotendo di pari passo sul peso, la valuta argentina, investita da diversi mesi da una crisi gravissima, tanto che la presidenta ha disposto misure amministrative per impedire il deflusso dei capitali all’estero.

Tra il 2010 e il 2011, l’inflazione del paese sarebbe stata del 54%, mentre il peso si è deprezzato sul dollaro solo del 12%. Il tasso di cambio, infatti, è manovrato dallo stato e reso fisso.

A fare le spese del disastro economico delle politiche della presidenta è la società elettrica mista Edenor, il cui caso spiega meglio di tutti il sistema populista messo in piedi dalla Kirchner. 

 

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Entro fine mese, sapremo se la Kirchner presenterà un nuovo metodo di rilevazione al Fondo Monetario. Difficile, però, che si tratti di modelli attendibili, perché Buenos Aires sarebbe costretta ad ammettere d’ora in avanti di avere barato, facendo andare su tutte le furie sindacati e lavoratori, che reclamano aumenti più alti delle cifre ufficiali sull’inflazione. E con le elezioni alle porte (il candidato della Kirchner alle primarie di agosto ha già perso), la presidenta non ammette passi falsi. Anche al costo di tintinnare le manette in faccia agli avversari.

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