'Argentina a un passo dal default: i creditori dissidenti devono essere pagati

Argentina a un passo dal default: i creditori dissidenti devono essere pagati

Il giudice di Manhattan boccia tentativo di Buenos Aires di raggirare il pagamento dei creditori insoddisfatti. Adesso, si rischia un nuovo default. In ballo ci sono 1,5 miliardi di dollari.

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Il giudice di Manhattan boccia tentativo di Buenos Aires di raggirare il pagamento dei creditori insoddisfatti. Adesso, si rischia un nuovo default. In ballo ci sono 1,5 miliardi di dollari.

La corte distrettuale di Manhattan ha bocciato il concambio tra i vecchi titoli ristrutturati argentini e quelli nuovi che il governo di Buenos Aires aveva intenzione di emettere in sostituzione dei precedenti, nel tentativo di sfuggire al pagamento dei creditori “dissidenti”, ossia di coloro che non hanno accettato il default del 2002.

 

Default Argentina: una lunga storia di lacrime

La storia è questa. Agli inizi del 2002, l’Argentina dichiara default per un debito di quasi 100 miliardi di dollari. Segue la lunga strada della ristrutturazione dei titoli, attraverso due accordi che saranno firmati con i creditori solo nel 2005 e nel 2010. Essi prevedono il concambio, ossia la sostituzione dei vecchi titoli con bond di nuova emissione, ma con cedola più bassa e valore nominale decurtato del 70%.

Firma il 93% degli obbligazionisti, mentre il 7% non accetta l’accordo. Nml, un fondo con sede nelle Isole Cayman, controllato da Capital Management, acquista sul mercato i titoli dei creditori dissidenti e presenta opposizione al giudice di New York per ottenere il pagamento integrale dei bond non ristrutturati, più gli interessi e le penali correlate.

Il giudice Thomas Griesa da ragione al fondo nell’ottobre del 2012 e la sentenza è confermata anche dalla Corte di Appello di qualche mese fa. Il tribunale inibisce a Buenos Aires di provvedere ai pagamenti delle cedole sui bond ristrutturati, di cui si occupa periodicamente la banca New York Mellon, se non sarà soddisfatto prima il fondo Nml.

In sostanza, se il governo della presidenta Cristina Fernandez de Kirchner non pagherà 1,5 miliardi di dollari a Nml (a tanto ammonta il debito), i creditori ristrutturati non potranno ricevere i pagamenti per le cedole sui loro bond.

Di fatto, scatterebbe un terzo default, dopo quelli del 1992 e del 2002.

Per evitare ciò, la presidenta si era inventata uno stratagemma: convertire i bond ristrutturati in altri titoli, emessi sotto la legge argentina e che, pertanto, non potevano più essere sottoposti alla giurisdizione americana. Ma ieri il giudice newyorkese ha bocciato questa inventiva argentina e ora Buenos Aires non pare abbia scampo: o paga Nml o la New York Mellon non potrà procedere a corrispondere le cedole a quel 93% degli obbligazionisti che avevano accettato la ristrutturazione.

Il rischio crac è così alto, che i “credit default swaps” hanno segnato nelle ultime sedute il picco dei 2.300 punti base. Trattandosi di titoli che assicurano dal rischio fallimento, ciò significa che per tutelarsi su bond per 10 milioni di dollari, bisognerebbe pagare 2,3 milioni, il che implicitamente corrisponde a stimare un rischio default pari all’80% delle probabilità.

L’ultima speranza per la Kirchner e la sua compagnia è la Corte Suprema degli USA, ultimo grado di giudizio a cui la presidenta si è appellata nel tentativo disperato di trovare accolte le proprie ragioni. Non si sa quando e come la Corte si esprimerà. Sappiamo, invece, che la banca centrale argentina ha in cassa pochi miliardi di dollari per le importazioni e il pagamento dei debiti agli investitori stranieri. Se attingesse a queste magre riserve per pagare Nml, Buenos Aires brucerebbe le tappe per avvicinarsi a quella crisi valutaria che s’intravede all’orizzonte.

 

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