Aramco svela i suoi dati finanziari, ecco quanto vale il colosso petrolifero saudita

Il colosso petrolifero saudita Aramco vale davvero 2.000 miliardi di dollari? Oggi siamo in grado di capirci di più con i primi dati finanziari svelati dalla società.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il colosso petrolifero saudita Aramco vale davvero 2.000 miliardi di dollari? Oggi siamo in grado di capirci di più con i primi dati finanziari svelati dalla società.

Rivoluzione in casa saudita. Per la prima volta, il colosso petrolifero statale Aramco ha pubblicato alcuni suoi dati finanziari, relativi ai primi sei mesi del 2017, un modo per cercare meglio di capire se davvero i propositi di quotazione in borsa per una valorizzazione complessiva di 2.000 miliardi di dollari siano giustificabili. Nel primo semestre dello scorso anno, la compagnia ha riportato un risultato netto di 33,8 miliardi di dollari, superando anche i 28,9 miliardi di Apple e surclassando i 7,4 miliardi della rivale americana Exxon. I flussi di cassa sono stati pari a 52,1 miliardi. Quest’ultimo dato segnala la capacità di un’azienda di generare cassa dalla gestione operativa e viene impiegato proprio per stimare la possibile quotazione di un titolo in borsa. Il confronto con le rivali Exxon (16) e Shell (20,8) per il medesimo semestre ci indica che i sauditi sono in grado con l’attività estrattiva di generare flussi di cassa positivi per oltre 3 e 2,5 volte rispettivamente due tra le principali rivali, le quali in borsa capitalizzano oggi 330 miliardi l’una e 231 miliardi l’altra, ossia 20,6 e 11,1 volte il cash flow.

Anche prendendo in considerazione il multiplo più alto tra i due, il valore di capitalizzazione in borsa di Aramco viaggerebbe oggi sui 1.100 miliardi, sostanzialmente all’interno della forbice 1.000-1.500 miliardi attesa da gran parte degli analisti.

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Il fattore fiscale

E c’è un aspetto che spinge a deprimere le quotazioni saudite, quando l’IPO verrà annunciata: la tassazione. La compagnia sconta un’aliquota del 50% sull’utile, quando negli USA è, ad esempio, appena stata abbassata al 21%. E dire che fino allo scorso anno, Riad si prendeva in tasse ben l’80% degli utili di Aramco, che nei fatti rappresenta una gallina dalle uova d’oro per il ricco e potente regno arabo. Non solo, esistono le royalties. Esse variano al crescere delle quotazioni del petrolio. Nel periodo svelato dalla compagnia, quando le quotazioni si aggiravano mediamente poco sopra i 50 dollari al barile, l’aliquota era fissata al 20% sui 7 milioni di barili al giorno esportati. Oggi, con quotazioni già a 70 dollari, il 20% viene applicato su tutta la produzione di quasi 10 milioni di barili al giorno. E se le quotazioni dovessero salire tra 70 e 100 dollari, le royalties raddoppierebbero al 40%, salendo ancora al 50% per quotazioni sopra i 100 dollari.

Dunque, aldilà di ogni altro ragionamento, sembra poco appetibile un regime fiscale così oppressivo per i futuri azionisti, pur notandosi un costo di estrazione infimo rispetto alle società concorrenti, ovvero nell’ordine dei 4-5 dollari al barile, quando Exxon e Shell non spendono meno di una ventina per un barile estratto. Che il regno saudita alleggerisca ulteriormente la tassazione per ingolosire di più il mercato? Nel medio-lungo termine potrebbe farlo, ma oggi come oggi avrebbe le mani legate dal fabbisogno finanziario dello stato, che per quasi i due terzi dipende ancora proprio dagli utili di Aramco, pur in calo dall’oltre l’80% di appena 4 anni fa. Vero è che il maxi-incasso fino a 100 miliardi che si avrebbe dall’IPO del 5% consentirebbe a Riad di tamponare il deficit fiscale che si allargherebbe con un taglio ad hoc delle tasse, ma i progetti messi in cantiere dal principe Mohammed bin Salman sono tanti, costosi e tutti volti alla diversificazione dell’economia saudita per allentare la sua dipendenza dal petrolio.

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Un altro dato da non sottovalutare è quello dell’elevata sensibilità degli utili di Aramco rispetto al prezzo del petrolio. Nel primo semestre del 2016, quando le quotazioni mediamente superarono a stento i 40 dollari, il risultato netto fu di soli 7,2 miliardi, contro i 4,45 di Exxon Mobil e gli 1,66 miliardi di Shell. Ne consegue che i profitti sauditi, accelerando le quotazioni dai 50 ai 65-70 dollari, siano quasi quintuplicati, mentre quelli di Exxon sono aumentati dei due terzi e quelli di Shell triplicati. Ma i dati svelati appaiono ancora quantitativamente limitati per fare ragionamenti di questo tipo. Servirebbero più anni per effettuare un confronto statisticamente significativo tra andamento delle quotazioni e profitti. C’è ancora un velo di segretezza sui conti di Aramco, che non ci consente di sconfessare del tutto l’ipotesi che valga davvero i 2.000 miliardi di dollari pretesi dal principe, specie se si considera che le riserve accertate di greggio disponibili ammontino a oltre 260 miliardi di barili contro gli appena 21,2 miliardi di fine 2017 per il colosso americano, ma certo che fino a quando i libri contabili della compagnia rimarranno un affare di stato il mercato resterà sempre diffidente.

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Argomenti: Arabia Saudita, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio

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