Apple crolla in Cina con iPhone e videogame, ma i servizi avanzano e sostengono i margini

Il fatturato di Apple arretra per colpa dell'iPhone, ma a salvarlo sono i servizi e gli altri prodotti. E Tim Cook ha speso per il riacquisto di azioni proprie quasi 10 miliardi di dollari.

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Il fatturato di Apple arretra per colpa dell'iPhone, ma a salvarlo sono i servizi e gli altri prodotti. E Tim Cook ha speso per il riacquisto di azioni proprie quasi 10 miliardi di dollari.

Le azioni Apple sono cresciute del 6% nelle contrattazioni after hours di ieri sera a Wall Street, dopo che la società ha diramato i dati relativi all’ultimo trimestre dello scorso anno, il primo del suo esercizio fiscale 2019. Sono salite a 165 dollari, pur sempre in calo del 29% rispetto all’apice toccato a inizio ottobre, quando la capitalizzazione di mercato complessiva toccava i 1.100 miliardi contro i circa 775 miliardi di oggi.

I numeri sono risultati evidentemente migliori delle attese, specie dopo che il “profit warning” di inizio anno aveva fatto temere forse il peggio. Ad ogni modo, come noteremo, di criticità ne compaiono nel report. Partiamo dai ricavi: 84,3 miliardi di dollari, quando inizialmente erano stati previsti fino a 89 miliardi di fatturato trimestrale. Su base annua, trattasi di un calo del 5%, provocato interamente dal tonfo accusato dagli iPhone, i quali hanno generato nel periodo ricavi per il 15% più bassi rispetto allo stesso trimestre del 2018 e pari a 51,98 miliardi. Al netto del prodotto di punta, quindi, il fatturato complessivo sarebbe risultato in crescita di circa 4,5 miliardi.

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Per fortuna, gli altri prodotti e i servizi hanno parzialmente compensato la performance negativa degli iPhone, con gli iPad a segnare un rialzo annuo del 7% a 6,73 miliardi, i Mac il +9% a 7,42 miliardi, gli Wearables, Home & Accessories il +33% a 7,31 miliardi. In tutto, gli altri prodotti hanno contribuito al fatturato per il 25,5%, a cui si somma il 61,7% degli iPhone. I servizi, che sono cresciuti del 19% a 10,9 miliardi, hanno accresciuto il loro peso al 12,8%. Siamo ancora lontani dall’obiettivo di medio-lungo termine del 20%, ma la direzione sembra tracciata.

Il contributo dei servizi al fatturato

Ed è importante che proprio i servizi corrano, specie se gli iPhone arretrano. Essi hanno esibito un margine lordo del 62,8%, che si confronta con il 34,3% dei prodotti fisici. Come dire che un dollaro fatturato grazie ai servizi tende a rendere quasi il doppio di un dollaro generato dalla vendita di un iPhone o un altro prodotto.

Dunque, più i servizi incideranno sui ricavi totali, maggiore sarà il margine lordo complessivo, che si attesta per il momento al 38% ed è atteso anche per il trimestre in corso nel range 37-38%.

Che cosa s’intende per servizi? Parliamo di iCloud, Apple Music, Apple Pay, Apple News e i giochi. Gli utenti mensili che leggono le notizie dall’app di Cupertino sono saliti a 85 milioni e il clouding su base annua è balzato del 40%, mentre le transazioni effettuate nel periodo con Pay sono state 1,8 miliardi, più che doppie rispetto a un anno prima, grazie all’espansione in tre nuovi mercati (Germania, Belgio e Kazakistan), che portano a 27 i mercati totali in cui il servizio è ora attivo. In tutto, gli utenti registrati paganti sono saliti a 360 milioni, 120 milioni in più in un anno. Quanto agli iPhone, continuano ad incidere in maniera preponderante sui numeri societari. Dicevamo, il 61,7% del fatturato deriva da questa linea e rispetto agli 1,4 miliardi di dispositivi Apple sinora venduti nel mondo, dominano con 900 milioni, oltre il 64%, addirittura, in lieve crescita rispetto al 2017, quando ammontavano a 825 milioni su un totale di 1,3 miliardi, pesando per circa il 63,5%.

Andando ai numeri più prettamente finanziari, scopriamo che il 62% dei ricavi è stato generato all’estero, cioè all’infuori degli USA, e che nella Grande Regione della Cina il fatturato è crollato di 4,8 miliardi a 13,2 miliardi (-27%). Senza tale tonfo, Apple avrebbe centrato gli obiettivi della guidance iniziale, a conferma di come la seconda economia mondiale stia diventando determinante per le grandi multinazionali. A deludere le attese non ci sono stati qui solo qui iPhone, ma anche gli stessi servizi, a causa del divieto imposto da Pechino nel 2018 di lanciare nuovi videogiochi, probabilmente una ritorsione “soft” contro i dazi elevati dall’amministrazione Trump sulle merci cinesi.

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Le stesse vendite in Giappone sono risultate in calo del 5% annuo a 6,9 miliardi, mentre la Turchia non è stata tenuta in considerazione per quel -33% accusato dalla lira, che nei fatti ha inciso sui -700 milioni fatturati.

Al termine del 2018, la società disponeva di liquidità per 245 miliardi, 7,9 in più rispetto al trimestre precedente, che al netto dei debiti diventano 130 miliardi, avendo generato un cash flow operativo di 26,7 miliardi nel periodo. E così, l’utile per azione è salito al record di 4,18 dollari, per cui la società ha deciso di staccare per il trimestre un dividendo pari a 73 centesimi per azione, pari a un payout del 17,5%.

Il direttore finanziario Luca Maestri ha aggiunto che gli azionisti hanno ricevuto, con riferimento all’ultimo trimestre, esborsi complessivi per 13 miliardi tra dividendi e riacquisto dei titoli (“buyback”). Considerando che il monte-dividendi sarà di 3,4 miliardi, ciò significa che nei tre mesi precedenti Tim Cook ha ordinato il riacquisto di azioni proprie alla società per il controvalore di 9,6 miliardi. Ai prezzi medi di quasi 194 dollari del periodo, fanno 49,5 milioni di azioni riacquistate, poco più dell’1% del totale. Un’operazione, che avrebbe contribuito a minimizzare le perdite del titolo, sebbene il recupero rispetto ai minimi sia avvenuto solo a gennaio e in misura ancora marginale. Forse, sarà più robusto dopo la trimestrale di ieri, la quale offre più di qualche spunto rassicurante agli investitori. Se è vero che l’era della crescita impetuosa degli iPhone potrebbe essere alle spalle, ne avanza un’altra non meno interessante dei servizi, sebbene serva una loro corsa abbastanza vigorosa per compensare i cali o il rallentamento accusati dal prodotto di punta, che paga anche la maturità tecnologica a cui è arrivato e prezzi sempre meno alla portata degli utenti nelle economie come la Cina, dove 1.000 dollari per un melafonino sono pur sempre più di un decimo del pil pro-capite di un residente.

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