Andamento debito pubblico 2019: l’Italia ce l’ha fatta a rispettare i vincoli europei?

Breve analisi sui conti pubblici italiani nel 2019, alla luce dei dati sul debito a novembre. Aldilà dell'andamento dello stock, resta il grave problema dell'assenza di crescita dell'economia.

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Breve analisi sui conti pubblici italiani nel 2019, alla luce dei dati sul debito a novembre. Aldilà dell'andamento dello stock, resta il grave problema dell'assenza di crescita dell'economia.

Il debito pubblico italiano a novembre è sceso di 2,2 miliardi a 2.444,6 miliardi di euro. Lo ha comunicato ieri la Banca d’Italia con il consueto Supplemento finanziario al Bollettino statistico mensile. Manca solo il mese di dicembre e dopodiché saremo in grado di sapere con esattezza quanto sia aumentato lo stock nell’intero anno.

A tale riguardo, ci chiediamo se siano stati rispetti i vincoli europei, cioè quel deficit al 2% concordato tra il primo governo Conte e la Commissione UE e che fu al centro di settimane di forti tensioni politiche e finanziarie nell’autunno del 2018.

Per rispondere all’interrogativo, dobbiamo confrontare i dati di novembre 2019 con quelli di dicembre 2018. Due mesi fa, le disponibilità liquide del Tesoro ammontavano a 55,4 miliardi di euro, +20,3 miliardi dalla fine dell’anno precedente. Questo significa che se a dicembre le scorte liquide fossero state ridotte alla stessa entità di un anno prima, lo stock di debito scenderebbe già di per sé di oltre una ventina di miliardi. A questo si aggiunge l’avanzo di amministrazione, stimato in via provvisoria dal Tesoro per il mese a 9,7 miliardi, in calo di 2,8 miliardi su base annua.

In totale, il debito pubblico italiano a dicembre sarebbe sceso di 30 miliardi rispetto a novembre, al netto delle variazioni legate al cambio, degli effetti dell’indicizzazione dei BTp all’inflazione e degli aggi/disaggi delle emissioni. In soldoni, si sarebbe attestato sui 2.415 miliardi, un dato che si confronta con i 2.380,3 miliardi di fine 2018, a sua volta caricato di 58,3 miliardi di euro di interessi sui Buoni Fruttiferi Postali e dei debiti delle Ferrovie dello stato, per via di un ricalcolo preteso dall’Unione Europea. La crescita annuale sarebbe stata, quindi, sui 35 miliardi, pari esattamente al 2% del pil.

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Deficit al 2%?

Ce l’avremmo fatta, dunque. Mazziero Research stima, tuttavia, l’indebitamento di fine 2019 a 2.421 miliardi e nel caso avesse azzeccato anche stavolta la previsione, il deficit salirebbe a quota 2,3%, sforando di un paio di decimali il limite fissato in sede di trattativa con Bruxelles.

Va detto, comunque, che il Tesoro avrebbe modo di giocare sui decimali, riducendo le disponibilità liquide, che altro non sono che una forma di indebitamento a fini precauzionali, ovvero per tamponare eventuali esigenze di liquidità a breve termine e per mettersi al riparo da possibili tensioni finanziarie temporanee sui mercati. In sostanza, si tratta di debito non utilizzato.

Le stime di cui sopra stanno basandosi sulla previsione di una crescita nominale del pil dello 0,7%, composto per lo 0,6% dall’inflazione e per lo 0,1% dall’aumento reale del pil. Il problema vero dei conti pubblici continua ad essere il tasso di crescita economica troppo basso, anche comprensivo dell’inflazione. In sintesi, nel 2019 abbiamo fatto poco deficit, se confrontato con il trend dell’ultimo decennio e, soprattutto, con i grandi partner principali dell’Eurozona, Germania esclusa. Ma resta il fatto che il debito continua a crescere da noi a ritmi più veloci dell’economia e nello specifico di oltre il doppio.

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Stando a queste cifre, poi, il rapporto debito/pil nel 2019 sarebbe lievitato tra il 136,5% e il 136,8%. Al netto del ricalcolo, si collocherebbe ugualmente tra 133,2% e 133,5%, un livello spropositato. E’ vero che l’entità del debito da sola non ci dice nulla sulla sua sostenibilità. In effetti, negli ultimi anni abbiamo registrato una spesa per interessi calante, a fronte di un aumento dello stock. Tuttavia, ciò è stato dovuto non certo alla percezione di un minore rischio sovrano sui mercati, bensì alle politiche monetarie ultra-espansive della BCE. I tassi sono stati azzerati e i BTp acquistati da Francoforte con il “quantitative easing”. Queste misure continueranno a vigere anche nei prossimi mesi, ma non sappiamo per quanto tempo ancora.

Se, a un certo punto, il mercato dovesse tornare a pretendere dall’Italia il pagamento di un interesse medio del 3,5% sul debito (da meno dell’1% attuale), come nel periodo precedente agli stimoli monetari, la spesa a carico di tutti noi contribuenti esploderebbe a regime di 40-50 miliardi all’anno.

Anziché tendere al pareggio di bilancio, sfonderemmo ampiamente il tetto del deficit del 3% e i mercati ci toglierebbero definitivamente la fiducia, a meno che il governo non intervenisse prima con una cura draconiana per risanare i conti pubblici, cioè tagliando la spesa e/o aumentando le entrate (più tasse). Ma questa soluzione per un’economia già molto debole come la nostra non solo non sarebbe praticabile sul piano politico, ma persino su quello fiscale. Il pil farebbe nuovi passi indietro e il grado di indebitamento salirebbe, invece di scendere. Ci dirigeremmo verso il default in men che non si dica. E cosa ancora più grave, nessuno mostra di avere realmente percezione a Roma di questo scenario.

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