Ancora panico sui mercati emergenti, lira turca in caduta e per il peso argentino oggi si teme il peggio

Lira turca ancora in forte calo, mentre potrebbe essere crollo verticale per il peso argentino alla riapertura degli scambi a Buenos Aires. I mercati emergenti sono nel panico.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lira turca ancora in forte calo, mentre potrebbe essere crollo verticale per il peso argentino alla riapertura degli scambi a Buenos Aires. I mercati emergenti sono nel panico.

Ha superato 6,70 il cambio tra lira turca e dollaro stamattina, arrivando a perdere oltre il 2,4% sull’aumento delle tensioni tra Turchia e USA. Ieri, il presidente Recep Tayyip Erdogan, nel corso del forum economico per i rapporti con il Kirgistan, ha definito il comportamento dell’America come quello dei “lupi selvaggi” e ha sostenuto che l’uso del dollaro danneggerebbe l’economia domestica, nonché la necessità di trovare alternative alla divisa a stelle e strisce. Nel frattempo, da Buenos Aires arrivano notizie non meno spiacevoli. Si apprende che al termine di una riunione di 7 ore di sabato, tenuta dal team economico del governo, il presidente Mauricio Macri avrebbe propenso per l’ipotesi di imporre un’imposta sulle esportazioni, in modo che le casse dello stato possano beneficiare in parte del crollo del peso argentino, che innalza il valore delle vendite (in dollari) all’estero. Probabile che dietro all’idea vi sia anche il tentativo di contrastare l’alta inflazione, incentivando i produttori a vendere i loro beni sul mercato di sbocco nazionale, aumentandone l’offerta e comprimendone i prezzi.

Il collasso di lira turca e peso argentino, due valute in emergenza

E dire che con la fine dell’era Kirchner sembrava che non dovessimo più assistere all’adozione di simile misure. Eppure, non è tanto questa la notizia negativa in arrivo dal Sud America, quanto le indiscrezioni su presunte frizioni tra i dirigenti del Fondo Monetario Internazionale e quelli della banca centrale argentina. I primi rimproverano ai secondi di avere “bruciato” un livello eccessivo delle riserve valutarie, scendendo al di sotto del minimo richiesto (55 miliardi) in fase di concessione del maxi-prestito da 50 miliardi di dollari. Nel solo mese di agosto, gli assets in valuta straniera in possesso dell’istituto si sono ridotti di 5,3 miliardi, scendendo a 52,7 miliardi, di cui 2,5 miliardi dovuti proprio agli interventi dell’istituto, che da alcuni giorni ha smesso di anticipare al mercato gli importi dei dollari venduti nell’arco della seduta, in modo da accrescere i rischi a carico degli “shortisti” sul peso. Rispetto al 30 giugno scorso, il calo è stato di una decina di miliardi e, peraltro, non ha offerto alcun sollievo al cambio, che giovedì passato è precipitato letteralmente da 34,50 a un massimo di 42 contro il dollaro.

L’FMI chiede alla banca centrale di smetterla con il sostenere il peso artificiosamente, di fatto finendo per finanziare la fuga dei capitali. “Chi vuole portare i suoi soldi all’estero, che paghi i dollari a caro prezzo”, avrebbero spiegato. In effetti, come insegna anche la storia dell’Italia nel 1992, non si arresta la marea di capitali in fuga con interventi sui mercati valutari finalizzati a manovrare i tassi di cambio. Anzi, meglio sarebbe che il cambio fosse fissato solo dal mercato, in quanto precipitando renderebbe più costose le operazioni di esportazione dei capitali.

Il rischio di un crollo verticale

Se il governatore Luis Caputo darà retta all’FMI, dalla riapertura delle contrattazioni oggi sul mercato dei cambi dovremmo attenderci un ulteriore crollo del peso, potenzialmente di grosse dimensioni, visto che non vi sarebbe più alcun sostegno ai primi. Il punto è che siamo entrati già in una fase abbastanza drammatica per l’economia argentina, così come per quella turca. Il deprezzamento marcato dei cambi spingerà i rispettivi tassi di inflazione ancora più in alto; ciò ha già costretto la banca centrale argentina ad alzare i tassi d’interesse al record mondiale del 60%, mentre quella turca sta agendo per ora con azioni secondarie per tagliare la liquidità. In ogni caso, dovremmo attenderci una frenata della crescita, se non un vero e proprio ingreso nella recessione, specie per Buenos Aires. Tutto questo, quando il governo Macri dovrà tagliare la spesa pubblica e alzare le tasse per accondiscendere alle condizioni richieste dall’FMI, mentre Ankara si trova senza paracadute, non avendo alcuna intenzione di richiedere assistenza agli organismi internazionali.

La crisi argentina terremota i mercati e manda un messaggio all’Italia

Come abbiamo più volte spiegato, servirebbe che il dollaro s’indebolisse autonomamente, su impulso della Federal Reserve, per alleviare le sofferenze delle valute emergenti. E l’amministrazione Trump, consapevole che dal governatore Jerome Powell non potranno arrivare stimoli in tal senso, paventa un secondo Accordo di Plaza, come quello che nel 1985, grazie a un’intesa diplomatica tra le cinque principali economie mondiali, svalutò il biglietto verde, il quale negli anni precedenti si era rafforzato eccessivamente per una politica monetaria della Fed assai più restrittiva di quella adottata dalle altre banche centrali. Tuttavia, l’ambasciatore cinese negli USA, Cui Tiankai, ha rispedito al mittente un simile scenario, chiarendo che “con le intimidazioni, la coercizione e le accuse infondate” la Cina non accetterà di rafforzare il proprio cambio. Del resto, il caso del Giappone, il cui yen arrivò a valere doppio contro il dollaro in pochi anni e la cui economia successivamente entrò in recessione prima e deflazione dopo, non giova certo in favore di una riedizione di tale prospettiva in Asia.

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Argomenti: Crisi argentina, Crisi paesi emergenti, Crisi turca, economie emergenti, valute emergenti