Anche l’Umbria a destra, alleanza PD-5 Stelle bocciata sul nascere

I risultati delle elezioni regionali in Umbria confermano la trafila dei trionfi per il centro-destra a trazione Lega e decretano l'aborto dell'alleanza alle urne tra PD e Movimento 5 Stelle. Il tracollo per il partito di Luigi Di Maio è stato totale.

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I risultati delle elezioni regionali in Umbria confermano la trafila dei trionfi per il centro-destra a trazione Lega e decretano l'aborto dell'alleanza alle urne tra PD e Movimento 5 Stelle. Il tracollo per il partito di Luigi Di Maio è stato totale.

Le elezioni regionali in Umbria decretano il trionfo della Lega di Matteo Salvini e del centro-destra, nonché la morte sul nascere dell’alleanza tra PD e Movimento 5 Stelle. La candidata Donatella Tesei ha ottenuto intorno al 57,5%, 20 punti percentuali in più del diretto avversario Vincenzo Bianconi. Una sconfitta nettissima e imbarazzante per la maggioranza di governo al suo primo test, anche perché l’alleanza “giallorossa” si presentava come alternativa al centro-destra salviniano per la prima volta in una contesa elettorale. Guardando ai voti di lista, per Salvini il trionfo è stato ancora più completo: a fronte del 37% ottenuto dal Corroccio, il PD che ha guidato la regione per 50 anni si è fermato al 22,3%, pur reggendo rispetto alle elezioni europee, quando aveva sfiorato il 24%.

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Invece, a colare a picco è stato il Movimento 5 Stelle, che ha dimezzato i voti anche rispetto a soli 4 mesi fa, arretrando a un misero 7,4%, sorpassato nettamente da Fratelli d’Italia, che per la prima volta in un’elezione regionale sale alla doppia cifra e ottiene il 10,4%, sostanzialmente doppiando il 5,5% di Forza Italia. Questi sono i numeri di una disfatta per i “grillini”, tanto che dopo la mezzanotte l’M5S emana un comunicato, in cui recita che quello umbro era stato considerato “un laboratorio”, aggiungendo evidentemente che “non ha funzionato”.

La giunta Katiuscia Marini era stata travolta dallo scandalo “sanitopoli” e, tutto sommato, per quanto la sconfitta storica per il PD fosse nell’aria, il segretario Nicola Zingaretti trova qualche motivo per non piangere: le percentuali non scendono sotto il 20% e la scissione di Matteo Renzi non sembra avere inciso ancora più negativamente.

Questo rende finanche più amaro il crollo dei 5 Stelle, che si mostrano gli unici realmente puniti alle urne per l’alleanza di governo prima ed elettorale dopo con il centro-sinistra. Sul fronte opposto, Giorgia Meloni macina successi dopo successi e si conferma seconda gamba della coalizione, sorpassando Silvio Berlusconi e prenotando un posto come alleato principale di Matteo Salvini, altro che “senza i moderati non si vince”, che è stato un po’ il “leitmotiv” azzurro di queste settimane.

Perché si mette male nel governo

E adesso? Nessuna conseguenza diretta sul governo, nel senso che nessuno realisticamente chiederà a Giuseppe Conte di compiere un passo indietro. Eppure, ad essere stato sonoramente bocciato, pur da un voto locale, risulta essere proprio il premier, che ha smesso di indossare i panni della figura terza e venerdì si presentava in Umbria con un fantomatico decreto a favore dei terremotati, negandone la portata elettoralistica. Palazzo Chigi trema anche sul piano giudiziario: il Russiagate mette a “Giuseppi” il fiato sul collo della Casa Bianca, mentre a urne chiuse arrivava ieri sera la notizia del Financial Times sulle indagini a carico di un fondo vaticano che prima della nomina a premier ebbe rapporti non dichiarati proprio con Conte.

La foto di Narni entra già nella storia politica come l’immagine sbiadita di una coalizione costruita a tavolino e senza avere fatto i conti con l’oste. Il peggio del peggio che potesse capitare ai 5 Stelle si è avverato: il trionfo di Salvini contro l’asse PD-M5S, la tenuta del PD e il crollo dei consensi per il movimento. Il rischio per Di Maio consiste nel diventare un alleato quasi superfluo per il centro-sinistra, finendone fagocitato. In Emilia-Romagna, dove sembra che i consensi per il partito di Zingaretti siano ben più saldi, la partita verosimilmente si giocherà tra le due coalizioni tradizionali e con i grillini a non toccare palla.

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Le tensioni nell’esecutivo monteranno per la necessità degli uni di rialzare la testa dopo il “vaffa” inviato loro dagli elettori e degli altri di accreditarsi come unica forza responsabile di governo, mentre il terzo incomodo – Italia Viva di Renzi – farà di tutto per innescare la reazione chimica che porti all’esplosione della maggioranza in Parlamento.

I mal di pancia dentro l’M5S non rimarranno tali. Alessandro Di Battista dal di fuori del governo tornerà alla carica contro chi (Beppe Grillo) ha voluto la sciagurata alleanza con il PD, mentre nei gruppi parlamentari acquisiranno vigore quanti da tempo mostrano insofferenza verso la leadership di Di Maio, il quale è notoriamente stato contrario alla nascita di questo governo, fiutandone l’impopolarità. Lo stesso Zingaretti non se la passerà bene, perché da quando è stato insignito della segreteria, ha perso tutte tre le regioni in cui si è votato (Basilicata, Piemonte e adesso l’Umbria). Insomma, magari il PD fa meno peggio del neo-alleato, ma a forza di perdere “non così male” si va verso l’estinzione.

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