Anche l’India indecisa sui tassi, ma il confronto con la Turchia la premia

L'inflazione in India rallenta, mentre aumentano le pressioni sulla banca centrale per un taglio dei tassi.

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L'inflazione in India rallenta, mentre aumentano le pressioni sulla banca centrale per un taglio dei tassi.

I prezzi all’ingrosso sono diminuiti a agosto in India del 4,95% su base annua, in accelerazione dal -4,05% di luglio. Sono i dati svelati stamane dal Ministero del Commercio di Nuova Delhi, che confermano che anche ne sub-continente asiatico si respira aria di disinflazione. In attesa che escano i dati sull’inflazione, attesa in calo al 3,57% dal 3,78% del mese precedente, cresce la pressione del Ministro delle Finanze sul governatore della Reserve Bank of India, Raghuam Rajan, affinché tagli i tassi, in modo da sostenere la crescita. In effetti, la crescita dei prezzi sta rallentando ben oltre le attese. Se la RBI stimava un calo dell’inflazione al 6% entro giugno, l’obiettivo è stato ben più che raggiunto e con vari mesi di anticipo sulle previsioni. Gli stessi rendimenti sovrani mostrano un calo e quelli a 10 anni ripiegano al 7,76%, quando erano all’8,56% un anno fa, di fatto tornando a i livelli di inizio 2015. Del tutto simili sia i livelli che le variazioni dei titoli a 2 anni, mostrando una curva dei tassi sostanzialmente appiattita. Il calo dell’inflazione è dovuto certamente al tracollo delle quotazioni del petrolio, materia prima che l’India importa per l’80% del suo fabbisogno. Nel frattempo, però, la rupia ha continuato a cedere, sebbene molto meno di altre valute emergenti. Su base annua, la perdita è dell’8%, del 5% dall’inizio dell’anno.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/lindia-tiene-fermi-i-tassi-con-un-occhio-alla-fed-e-laltro-alle-materie-prime/  

Tassi India, un nuovo taglio o no?

Rajan sta cercando di resistere alle pressioni del ministro Arun Jaitley per un ulteriore allentamento della politica monetaria, anche perché altri dati suggerirebbero la prudenza. Se la rupia resta debole a un cambio di 66,3 contro il dollaro, il saldo delle partite correnti nel periodo aprile-giugno, primo trimestre per l’anno fiscale indiano 2015-2016, è risultato in passivo di 6,2 miliardi di dollari, il quadruplo degli 1,3 del trimestre precedente. Per quanto la RBI stimi per l’anno in corso un disavanzo complessivo ben al di sotto all’1,5% del pil, si ha pur sempre una situazione di squilibrio, che segnala una certa difficoltà dell’economia indiana, in questa fase, ad attirare capitali esteri netti e ad esportare a pieno ritmo, complice il rallentamento di economie come la Cina. Infine, prima di imbattersi in una direzione o nell’altra, Rajan vorrebbe verificare le conseguenze dell’avvio della stretta monetaria negli USA, la prima dal 2006, temendo una nuova estate del 2013, quando l’ex governatore americano Ben Bernanke annunciò che avrebbe iniziato a ritirare gli stimoli monetari entro l’anno. La rupia precipitò e l’inflazione schizzò, rendendosi necessaria da parte dell’appena nominato Rajan l’adozione di una stretta. Certo, le pressioni a cui è sottoposto il governatore indiano sono nulla, rispetto a quelle che sta subendo  in questi mesi il collega turco Erdem Basci, costretto a barcamenarsi tra le minacce di commissariamento della banca centrale da parte del presidente Erdogan e del governo di Ahmet Davutoglu, e le pressioni inflazionistiche ancora elevate, così come i grossi disavanzi delle partite correnti.   APPROFONDISCI – https://www.

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Il confronto con la Turchia

In particolare, la lira turca cede su base annua un quarto del suo valore contro il dollaro, 3 volte tanto la rupia, mentre il deficit corrente dovrebbe scendere vicino al 5% del pil, quasi 4 volte quello atteso nel sub-continente asiatico e il maggiore tra i paesi del G20. La stessa inflazione, per quanto in calo dai minimi dell’anno, si situa a livelli doppi in Turchia rispetto all’India, mentre il pil dovrebbe crescere quest’anno nella prima sotto il 4%, nella seconda dovrebbe accelerare al +7,5%. Vero è che i turchi dispongono di un reddito pro-capite di oltre 10.000 dollari all’anno, quasi 6 volte maggiore di quello di un indiano, ma la gestione dell’economia appare più convincente a Nuova Delhi che ad Ankara.

Lo dimostra anche il livello dei rendimenti sovrani, con i decennali turchi al 10,5%, ai massimi da un anno e mezzo e circa 280 punti base in  più degli omologhi indiani. Turchia e India sono entrambe economie emergenti, ma mentre la prima si avvia a un rallentamento della crescita con prezzi alti,  la seconda vive una tendenza opposta. C’è un’altra emergente, il Brasile, che dimostra da tempo come politiche sbagliate e assenza di riforme possano compromettere quell’aumento del benessere che si pensava automatico. Il paese sudamericano, in recessione e con un’inflazione vicina al 10%, funge da monito alle altre economie dello stesso stadio di crescita. Gli indiani sembrano avere capito, i turchi molto meno.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/turchia-e-india-rally-dei-bond-sulle-attese-di-un-taglio-dei-tassi/      

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